06 maggio 2007

Intervista a Renato De Maria

Come è nata l’idea di realizzare questo film?
È nata per due motivi: uno per rendere omaggio ad Andrea Pazienza, che è una cosa che ho in testa da sempre, e due per riuscire a raccontare gli anni della mia formazione, i miei anni giovanili, in particolare la generazione che sbrigativamente può essere definita quella del ’77. Com’è venuta l’idea… si può dire che l’ho da sempre, ho solo aspettato il momento giusto per riuscire a realizzarla. Se posso dire un’altra cosa, un ulteriore momento di ispirazione è stato quando sono andato a vedere Pulp fiction e ho pensato: "Cazzo, noi abbiamo Pazienza qua, e questi fanno Pulp fiction!" e quindi è stato anche quello un altro stimolo.

In alcune scene il film riprende le stesse inquadrature dei fumetti; è stato difficile realizzarle?
Non è stato difficile, anzi: è stato bellissimo farlo. Per altre inquadrature mi sono dovuto muovere in maniera diversa, perché era impossibile riprodurle. Ad esempio nella scena della coda alla mensa (che tra l’altro è in Pentothal, io ci ho messo Fiabeschi che parla, però la battuta è di Pentothal) Andrea fa un grandangolo che non esiste al mondo, e che si sviluppa in maniera strana. Lì io ho dovuto inventare un altro tipo di inquadratura che raccontasse la lunghezza della fila. Però per esempio su Zanardi le inquadrature sono quasi tutte rigorosamente quelle del fumetto.

La scelta degli attori è stata difficile?
È stata complessa chiaramente perché dovevo trovare delle facce pazienziane prima ancora che degli attori, e poi tra queste scegliere gli interpreti più bravi. Però dovevo partire dalle facce, perché dovevo trovare uno Zanardi che assomigliasse a Zanardi, un Pentothal che assomigliasse a Pentothal, e poi Fiabeschi è un corpo-fumetto, cioè non ha solo la faccia così, è un fumetto proprio.

Perché hai scelto questi tre personaggi tra quelli di Pazienza?
Ho scelto Pentothal perché è il personaggio più autobiografico di Andrea, ma anche perché è quello più lirico, che racconta di un fumettista fuorisede che a Bologna cerca di fare un fumetto ma in realtà non ci riesce mai, perché non ha la forza, è troppo pigro; Andrea in realtà ci riusciva benissimo. Ho voluto rappresentare Pentothal soprattutto perché era quello più poetico, perché raccontava con più lirismo quel mondo.
Poi ho scelto Zanardi perché non si può fare un film tratto dalle opere di Pazienza senza passare attraverso di lui. Se non l’avessi messo nella pellicola mi avrebbero tutti accusato di codardia, e quindi Zanardi è assolutamente dentro, e poi perché tutti noi in qualche maniera avremmo voluto essere un po’ Zanardi. E Colasanti.

Un po’ meno Petrilli…
Un po’ meno Petrilli, però Zanardi e Colasanti di sicuro: sono icone universali, perlomeno per i ragazzi italiani.
Fiabeschi invece è un po’ l’invenzione del film, nel senso che è un personaggio minore che appare solamente in una storia intitolata Giorno. È uno studente universitario che deve dare un esame al DAMS, altrimenti parte militare. Ho legato assieme vignette e storie brevi uscite in maniera sparsa sul Male e Frigidaire, ma che più o meno raccontavano lo stesso personaggio, che non si chiamava Enrico Fiabeschi ma era comunque il fuorisede fuoricorso che "non torna mai indietro, neanche per prendere la rincorsa".

Dei tre, qual è il tuo personaggio preferito?
Tutti e tre; non ho un personaggio favorito. Mi sono divertito di più su Fiabeschi perché era in qualche maniera quello più da inventare; mi sono emozionato con Pentothal, mentre la sfida vera era con Zanardi, perché Zanardi è Zanardi.

Avete scelto un brano, un episodio di Zanardi particolarmente duro...
Sì, Giallo scolastico è particolarmente duro.

Per quanto riguarda il personaggio di Pentothal, che incarna molto il dolore e la sofferenza, come hai pensato di inserirlo in un film in cui gli altri personaggi sono più lineari, mentre Pentothal ha questa vita interiore molto intensa?
Io potevo fare una scelta più commerciale e non mettere Pentothal, puntare più sulle gag di Fiabeschi e sulla storia secca di Zanardi. Però Pentothal è Andrea, è il suo personaggio più autobiografico, quindi in qualche maniera rappresenta quello che era Pazienza a ventun’anni, ma attraverso Andrea incarna anche una sensibilità fiera in quel momento di espressione. Quindi Pentothal, anche se ha dei tempi più lenti rispetto a quelli di Fiabeschi e di Zanardi, per me era importante perché in quel momento lì, dove tutto il mondo diventa sogno, dove dentro la cucina ci può essere un’assemblea, dove dentro la stanza c’è la ragazza che ti ha lasciato la mattina, dove si può andare nel deserto in moto, era fondamentale. Questa sfida mi affascinava tantissimo, perché essenzialmente Pentothal sta tutto il film in pigiama dentro la sua stanza, come un pazzo. È un personaggio molto difficile che Claudio Santamaria ha affrontato bene, secondo me; è riuscito a restituire vita a questa figura che anziché andare verso l’esterno porta tutto il mondo dentro le proprie budella. È quindi un’operazione molto difficile e in qualche modo complessa anche per Claudio; gli abbiamo messo il pigiama e le Clark già due settimane prima che iniziassero le riprese, e così vestito è andato in giro per l’appartamento per tutta la settimana. Alla fine era talmente dentro il personaggio che andava a prendere il caffè, usciva sulla strada sempre in pigiama e non si accorgeva che la gente lo guardava come se fosse un pazzo. Pentothal è un personaggio al quale sono molto affezionato, è quell’artista che dall’alto vede tutto. In fondo se c’è Fiabeschi, se c’è Zanardi ci può stare anche Pentothal in qualche maniera.
Poi devo dire la verità: ci sono alcune cose in Pentothal che a me sulla sceneggiatura facevano molto ridere, non parlo più del fumetto perché ad un certo punto il fumetto è stato elaborato, mangiato, divorato e poi restituito. C’erano delle scene che secondo me erano comiche, e invece sono venute anche quelle drammatiche, perché Pentothal si è tirato dietro la sua tristezza. Ad esempio a me, sulla sceneggiatura, la scena di "rìzzati, rìzzati" faceva molto ridere; ci lacrimavano gli occhi dalle risate quando la leggevamo. Poi l’ho girata e Claudio si vede che l’ha presa in maniera diversa. Io non mi sono reso conto che non era per niente comica, invece in fase di montaggio ho visto che non fa ridere; è drammaticissima, un momento angosciante quasi. Anche per me è stata una sorpresa, ma l’ho accettata perché si vede che il personaggio si era tirato dietro questo suo dramma anche nelle scene dove si doveva ridere. Ad esempio alla fine, quando lui nel monologo dice: "Al tre mi alzo: uno… due… tre… e se invece mi facessi una canna? … Una canna e una sega, così non mi alzo più." Questa scena mi ha sempre fatto ridere, è da vent’anni che la leggo e la trovo comicissima, ma nel film non fa ridere. Claudio si è trovato in una situazione in cui io non mi sono accorto di un qualcosa che, non dico non andasse nel suo modo di interpretare la cosa, ma si vede che il personaggio aveva preso quell’onda lì, in cui anche nelle parti in cui si poteva ridere, il sottile filo di dolore universale di Pentothal, che è quello della giovinezza, ha preso il sopravvento. Per me era importante che ci fosse nel film questa sensibilità che fa fatica ad esprimersi, e difficilmente trova una propria collocazione.

Perché non è stato inserito nel film il personaggio di Pompeo?
Ho scelto di tenere fuori dal film Pompeo perché è un’opera di Andrea Pazienza apparsa circa dieci anni dopo Pentothal. È praticamente Pentothal un decennio dopo. È una storia molto tragica, forse l’opera più bella di Andrea, però è la più drammatica, nella quale lui mette in scena la propria morte due anni prima della sua scomparsa. È una storia tragicissima sull’eroina, dove però ci sono dei monologhi di una bellezza incredibile dal punto di vista letterario, e forse è anche quello che ha dato a Pentothal il tono un po’ più grave di quello di un ragazzo di ventun’anni. Io ci tenevo moltissimo, ho scelto di non mettere Pompeo perché è un’opera più adulta, che Andrea ha scritto a ventotto-ventinove anni, quando lui diceva "I ragazzi mi chiamano ‘Vecchio Paz’." Io ho voluto citarlo in due monologhi all’interno del film, perché ero innamorato della poesia di Pompeo, e i due testi sono "Mentre il cielo trascolora, Sirio appare in basso alla luna e tutta la città s’apparecchia per la lunga notte, i rumori catturati in spesse nuvole di smog. Un tappeto di brace luminosa…" e quello che inizia con le parole "Vivo sulla lama, mi commuovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dello Stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi mi faccio e tutto torna bello. Più splendente di prima! …"; sono molto belli, e appartengono appunto a Pompeo. Probabilmente l’innesto su Pentothal è una cosa "geneticamente coerente", proprio perché Pompeo è Pentothal dieci anni dopo.

Vedi possibile realizzare un altro film sulle opere di Pazienza, considerando tutto quello che non è compreso in Paz!?
Se ne possono fare altri due o tre di film tratti dai fumetti di Andrea Pazienza. Io penso di non farne più, nel senso che sono già contento così, però ritengo che tranquillamente si possano girare altri due film.

Pazienza ha spaziato anche nella satira politica e di costume…
Nonostante si autoaccusasse di essere pigro e di consegnare sempre tutto in ritardo, Andrea ha prodotto una tale quantità di cose che se calcoliamo che è morto a trentadue anni è veramente miracolosa, ha dell’incredibile quel che è riuscito a realizzare. Oltre a quello che ho compreso nel film, c’è tutto Pompeo, un sacco di storie brevi da Frigidaire e dal Male. Io stesso ho dovuto tagliare alcune cose tra quelle che avrei voluto mettere nella pellicola; se le avessi comprese avrei veramente realizzato un film di quattro ore. Rimane escluso L’appuntamento e un sacco di cose mitiche, di culto, però…

Poi non era possibile rappresentare tutto. Era sicuramente difficile la satira, quello che Pazienza ha fatto come vignettista sul Male e Frigidaire…
Chiaramente il suo materiale su Pertini e sul Papa non era rappresentabile. Però tante cose io le ho prese da vignette singole. Ad esempio l’esame di Ricky Memphis al DAMS, che precede quello di Fiabeschi, è una vignetta uscita su Frigidaire.

In questo film è presente molto dolore e poca allegria, come mai?
Ho realizzato un film sulle opere di Pazienza più giovanili, proprio per raccontare di questa giovinezza l’assoluta esplosività nel carattere dei personaggi, e lavorare su di loro per riuscire a ottenere i diversi animi che sono nell’opera di Andrea.
Da un lato in Pentothal c’è sicuramente il dolore di una sensibilità che non riesce a trovare una collocazione nel mondo, un’emotività estremamente fragile e anche un’acutezza visiva che lo rende così addolorato nei confronti del mondo che non lo capisce.
In Fiabeschi questo dolore non c’è. In Fiabeschi troviamo un andare avanti senza previsione sul futuro; lui è una sorta di "pietra rotolante", che va ovunque incontri qualcuno. Fiabeschi non segue il progetto della vita: segue proprio la vita così come gli si presenta davanti.
In Zanardi siamo chiaramente nel momento del cinismo, della non moralità.
Ho voluto fare il più possibile un film vicino al disagio, che era quello che portava nelle piazze ad esprimersi con la vitalità, ma anche con il dolore, l’incomprensione o l’autoannullamento, ma comunque espressioni della propria giovinezza.

Nel film Zanardi appare sotto tono rispetto ai fumetti, la sua figura risulta più dimessa, meno da leader. Risaltano di più anche Colasanti e Petrilli…
Sì, è vero, alla fine del film rimane un po’ questa impressione. È probabilmente dovuta al fatto che l’attore, Flavio Pistilli, è molto giovane, ha ventun’anni, e per quanto abbia lavorato molto sullo sguardo, su una riconoscibilità e su una durezza del personaggio, raggiungere i vertici di cinismo e di carisma di Zanardi è difficile, e probabilmente Flavio non ha fatto quell’ultimo "scatto". Colas e Petrilli emergono di più anche perché sono più incarnabili come personaggi, difficili anche loro però più semplici da rappresentare per gli attori. In Zanardi, oltre al lavoro che Flavio ha fatto, doveva avvenire uno "scatto ulteriore", che forse era una cattiveria che avrebbe dovuto essere dentro di lui, ma che Flavio non ha, anzi è un ragazzo buonissimo…

Ce lo auguriamo che non sia come Zanardi…
Flavio è un ragazzo molto buono, giovanissimo; non sapeva nemmeno niente di Pazienza quando è venuto a fare il film. Penso comunque che abbia fatto un buon lavoro, però probabilmente… effettivamente Zanardi non raggiunge l’apice della personalità.

Nel fumetto lo si nota di più, mette molta più paura, direi.
È vero, accetto la critica.

Le tematiche contenute nel film, gli anni della contestazione, la violenza, la droga e il sesso ne fanno un film difficile, che può essere frainteso nonché oggetto di pesanti critiche e censure…
Tutti questi motivi fanno in maniera tale che questo film sia visto come una cosa da temere tuttora. Però oggi [13 marzo 2002, N.d.R.], ad esempio, è uscito su Repubblica un dialogo di Olmi con un giornalista, proprio riguardo Paz!. Olmi ha settant’anni, ed è impazzito per il film, gli è piaciuto moltissimo. L’ha trovato un’opera morale, perché è infatti duro ma morale, cioè racconta qualcosa della giovinezza, che non può sfuggire.

Hai sentito Umberto Eco, riguardo Paz!?
Eco ha visto il film e gli è piaciuto molto. Ho sofferto parecchio quando c’era "l’esame". Pensavo continuamente "Adesso si alza e se ne va", e invece gli è piaciuto.

Chissà ai vecchi amici del Male e di Frigidaire…
A loro è piaciuto. Sparagna, Vincino e Angese l’hanno visto e gradito. Al nucleo storico del Male e di Frigidaire è piaciuto. Quell’esame lì l’ho passato.

Bene, abbiamo finito. Ti ringraziamo per l’intervista.
Vi faccio un "in bocca al lupo". Io mi riconosco in voi, nelle vostre facce, nella vostra rivista. Mandatemi una copia quando la pubblicate.

Renato de Maria nasce a Varese nel 1958, ma cresce a Bologna dove studia Scienze Politiche e Filosofia. Nel 1982 vince il 1° premio per la miglior produzione video al Festival Cinema Giovani di Torino. Realizza un video per la solidarietà ai malati di AIDS e un documentario girato nella foresta amazzonica, a favore della Rainforest Foundation. Nel 1990 fonda la casa di produzione indipendente Monochrome, per la quale scrive, dirige e produce Il Trasloco, documentario sugli anni ’70 a Bologna, presentato con successo al Festival Cinema Giovani di Torino e ad altri festival italiani e internazionali. Successivamente è ideatore e produttore del Laboratorio Cinematografico Pilastro, presso il quale 150 ragazzi del quartiere Pilastro di Bologna hanno potuto scrivere sceneggiature e realizzare corti sulla loro vita. Nel 1996 scrive e dirige il suo primo lungometraggio, Hotel Paura, con Sergio Castellitto, Isabella Ferrari e Iaia Forte. Il film ottiene il Premio Sacher d’Oro per la Miglior Opera Prima e per il Miglior Attore Protagonista, ed il Premio Casa Rossa per il Miglior Attore Protagonista al Festival di Bellaria. Nel 1999 realizza in Ruanda e Burundi I figli dell’odio, un documentario sul tema dell’odio etnico. Nel 2000 ha diretto la serie TV Distretto di polizia. Oggi ha 44 anni ma ne dimostra dieci di meno; è una persona molto simpatica e disponibile.

1 commento:

Tommy ha detto...

Quest'articolo è stato pubblicato su AnomaliE n°2.