06 gennaio 2018

I Beatles, creatori e nemesi dei generi e delle etichette

Blues, rock, beat, pop, hard rock, psichedelia, pop art e beat generation si incrociano e si fondono durante i sette intensi anni di vita dei Beatles. Vediamo di scoprire come.

Negli anni '50 la programmazione delle radio era caratterizzata da garbati brani melodici, genere preferito dagli adulti. I ragazzini di quel decennio, compresi i nostri quattro protagonisti, ascoltavano invece il blues e l'R&B; i loro idoli erano Chuck Berry e Little Richard. Erano i brani di questi artisti che i futuri Beatles suonavano per gli amici e nelle loro prime formazioni. Inevitabile quindi che quando John e Paul iniziarono a scrivere pezzi loro, questi avessero forti radici blues, mentre altri erano decisamente più rock (si sa che anche Buddy Holly e Elvis Presley fossero dei loro miti), e il blues è rintracciabile negli album dei Fab Four fino al termine della loro carriera.

Il blues e il rock fornirono la base, ma all'inizio il produttore George Martin premeva affinché i Beatles suonassero anche pezzi romantici e cover, come si usava all'epoca. Da questa miscela musicale, e da una voglia di sperimentare che li accompagnerà fino alla fine, nascerà il loro personalissimo e inconfondibile sound, che si inserirà nella corrente da cui prendono il nome: il beat.

E il pop? Si potrebbe dire che il pop moderno nacque con i Beatles, e in un certo senso la loro multiforme produzione può rientrare tutta sotto il nome di popular music. Da un altro punto di vista il pop come lo conosciamo oggi identifica la musica successiva alla band, mentre loro sono un unicum difficilmente classificabile sotto un solo nome. Troppe etichette è uguale a nessuna etichetta. Cosa voglio dire con questo? Semplice, che il loro bisogno di sperimentare in continuazione li portò a superare il concetto stesso di genere musicale, e senza direttamente volerlo ad inventare nuovi generi. È riconosciuto come dalla McCartneyana "Helter Skelter" sia nato l'hard rock, e dagli ultimi pezzi di Harrison con la band ("Here comes the sun", "Something" e altre) e dalla reciproca influenza tra George ed Eric Clapton sia nato il pop anni '70. Per non parlare di "Tomorrow never knows" (scritta da Lennon), primo esempio di musica psichedelica, e di "Revolution #9" (sempre di John) dalla quale nacque un nuovo modo di fare musica, attraverso nastri e campionamenti invece che con gli strumenti musicali. E infine, forzando un po' la mano, non vi sembra che l'approccio vocale di Lennon in alcune canzoni (ad esempio "Come together"), più parlato che cantato, anticipi il rap?

Finora abbiamo parlato delle canzoni dei Beatles, ma loro come persone? In che genere rientravano? Sicuramente e decisamente pop per il loro stare al centro della scena, adorati dalla folla, e per il loro inventare continuamente nuovi modi per rimanervi e farsi notare. Per non parlare dell'allegria delle loro canzoni, dei colori nei video o del loro abbigliamento, chiaramente pop.

E la beat generation? Che cosa c'entra con tutto ciò? Poco, a parte l'assonanza tra i nomi. Certamente i Beatles insegnarono ai giovani di tutto il mondo che questi avevano il potere di cambiare le cose, e che il mondo era nelle loro mani e non in quelle dei loro genitori, idee alla base del movimento dei figli dei fiori. Ma questi ragazzi americani ascoltavano Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Creedence Clearwater Revival, e non i quattro di Liverpool. Possiamo concludere dicendo che i Beatles non salirono sul palco di Woodstock, né fisicamente, né metaforicamente.

04 gennaio 2018

Il tragicomico aneddoto su Al Stewart

Al Stewart è un cantautore scozzese che si è fatto conoscere negli anni '70 grazie al singolo "Year of the cat" e ad un curioso aneddoto sulla sua carriera. Vediamolo assieme!

Siamo nel 1976 in Gran Bretagna. Il cantautore folk di nicchia Al Stewart compone i brani per un album virato verso il pop e li presenta al produttore Alan Parsons. Questi ne è entusiasta, in particolare del brano "Year of the Cat" e decide di pubblicarlo come singolo. La canzone si rivela un successo, pertanto Parsons fa uscire anche l'LP omonimo. Anche l'album è un successo di pubblico e critica (diventa disco di platino negli USA e oro in UK), in particolare per il già citato brano che dà il titolo al 33 giri, e che da solo ne vale l'acquisto (ma anche le altre canzoni sono belle).
La canzone "Year of the Cat" è scritta principalmente in Mi minore / Sol maggiore, con l'assolo di chitarra elettrica nel bridge in Re maggiore, ed è nota per la sua lunga sezione strumentale che comprende assoli di violoncello, violino, pianoforte, chitarra acustica, chitarra elettrica distorta, sintetizzatore e sassofono. Il protagonista del testo è un turista in visita ad un mercato esotico, il quale viene avvicinato da una donna affascinante che lo invita a seguirlo a casa sua per un'avventura romantica. Quando al mattino dopo l'uomo si risveglia al suo fianco, si accorge che il suo pullman turistico è partito senza di lui, e decide di rimanere con la ragazza.

Visti i buoni risultati, Al si mette al lavoro per realizzare un nuovo disco. Bissare un successo non è facile, pertanto il cantautore si mette a studiare; non musica, come potreste immaginare, bensì storia. Il risultato dei suoi studi sono otto canzoni, tutte dedicate ad un evento o ad un personaggio storico, scritte per formare un album dal titolo "Time Passages". Quando Al Stewart le presenta ad Alan Parsons, questi è meno entusiasta della precedente volta, e gli chiede di realizzare un ulteriore brano da cui si possa ricavare un singolo pop che faccia da traino al 33 giri, e di cui porti anche il titolo. Il cantautore accetta di malavoglia, e scrive il pezzo più pop che gli riesca; lo canta, lo suona e poi lascia che la post produzione in studio faccia il resto. Il produttore aveva visto giusto: il singolo e l'album usciti nel 1978 sono un successo (disco di platino negli USA e argento in UK).
Qualche tempo dopo, Al Stewart si trova in un grande albergo. Sta aspettando un ascensore; quando questo arriva, lui vi entra. Nella cabina c'è già una ragazza, e gli altoparlanti diffondono una musichetta. Per fare il brillante, Al le dice "Senti che schifo di musica in questo ascensore". Appena finita la frase, lui sente la sua voce che inizia a cantare: era "Time Passages" e non l'aveva riconosciuta. Imbarazzo totale.
(Alcune versioni della vicenda riportano che lui fosse da solo in ascensore, e che abbia solo pensato quella frase, ma il risultato non cambia.)

Dopo questa bizzarra vicenda Al Stewart ha continuato a fare musica (il suo ultimo album è uscito nel 2008), ma senza ripetere l'incredibile successo del biennio 1976/78.


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01 gennaio 2018

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29 ottobre 2017

La più scandalosa dichiarazione dei Beatles

La più famosa dichiarazione di John Lennon fu quella che creò maggiori polemiche attorno ai Beatles.

Nel 1966 il "beatle ribelle" all'interno di un'intervista al quotidiano londinese "Evening Standard" (pubblicato il 4 marzo '66) disse che i giovani conoscevano meglio i Beatles della figura di Gesù. Inserita nell'originario contesto, la frase passò inosservata. Fu quando alcuni mesi dopo la stessa intervista venne riportata pari pari dalla rivista statunitense per teenager "Datebook" (agosto 1966), che mise addirittura le parole di Lennon in copertina, che scoppiò lo scandalo.

Negli Stati Uniti si levarono cori di protesta, che arrivarono al rogo dei dischi dei Beatles. I quattro ragazzi furono oggetto di minacce, specialmente John, che in conferenza stampa dovette chiedere scusa per quelle parole. Nonostante questo il seguente tour negli USA si svolse in un clima molto teso: si temevano attentati nei confronti di Lennon.

Durante un concerto a Memphis si sentì un'esplosione: probabilmente fu un petardo, ma McCartney, Harrison e Starr si voltarono verso John per vedere se fosse stato vittima di un attentato; anche lui guardò gli altri e capì cosa avessero pensato tutti. In queste condizioni non si poteva più proseguire con i live, e quindi i ragazzi decisero di non fare più spettacoli. Considerando quello che succederà a Lennon nel 1980 e a Harrison nel 1999 (venne accoltellato da uno squilibrato), la loro decisione fu probabilmente la cosa più saggia da fare. I Beatles infransero la promessa di non esibirsi più dal vivo solo una volta, nel 1969, per il cosiddetto "Rooftop Concert", ma senza pubblico e in una situazione protetta.

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22 ottobre 2017

Frank - Anche le facce normali sono strane

Una band strampalata e il suo ancora più strano leader sono i protagonisti di "Frank", film del 2014 firmato dal regista irlandese Lenny Abrahamson.

La trama: Jon (Domhnall Gleeson) è un nerd introverso, amante della musica e dei social network, che un giorno assiste per caso al tentativo di suicidio del tastierista della band Soronprfbs. Jon si propone come suo sostituto, e da lì a poco si ritrova su di un palco senza conoscere né i componenti del gruppo, né il loro repertorio. Si tratta di una band di rock sperimentale, che propone musica dissonante e largamente improvvisata. La cosa che più colpisce il ragazzo è però il leader del gruppo, Frank (Michael Fassbender), che nasconde il volto sotto ad un testone di cartapesta. Qualche giorno dopo Jon viene ricontattato dalla band, e sale sul loro furgone che si dirige verso l'Irlanda. Quando egli capisce che non si tratta di un concerto, ma di passare dei mesi in una baita in mezzo alla foresta ad incidere un album, è troppo tardi per tornare indietro.

ATTENZIONE: da qui in avanti inizia lo SPOILER.
L'approccio della band alla creazione dell'album è decisamente alternativo: seguono mesi di sperimentazione sui suoni, strumentali e naturali, e di "terapia di gruppo" a base di esercizi fisici e di interazione tra i musicisti. Jon ha modo di conoscere meglio i membri della formazione: il simpatico e un po' pazzo manager Don, la cattivissima suonatrice di theremin Clara (Maggie Gyllenhaal), il chitarrista Baraque che parla solo in francese e la silenziosa batterista Nana. Jon ha modo di fare amicizia anche con il cantante Frank, e di conoscere la sua genialità: è lui che spinge i componenti del gruppo fino all'estremo per catturare il suono perfetto e lo stato d'animo necessario per il suo progetto.
Una sera Don dice a Jon che prima o poi anche lui sarà tentato dal voler essere come Frank, ma che questo è impossibile. Effettivamente Jon vorrebbe avere più voce in capitolo nella band, in particolare per quanto riguarda l'aspetto creativo, e non essere un mero esecutore. Il ragazzo pensa che se Frank è diventato così geniale a causa di un'infanzia difficile, forse quei mesi di training potranno produrre lo stesso effetto su di lui. Purtroppo pochi giorni dopo Don viene trovato impiccato ad un albero, con in testa una maschera di Frank.

Dopo quasi un anno di ritiro, l'album viene registrato. In questi mesi Jon è molto cambiato; anche gli altri componenti della formazione si dimostrano influenzati dal membro più giovane e "social". Quando questi rivela che ha pubblicato su Youtube i video delle loro sessions, ha costantemente twittato gli aggiornamenti, e che tramite social è arrivato a loro l'invito a partecipare ad un importante concerto negli Stati Uniti, il gruppo gli si rivolta contro. Sono sempre stati una band di nicchia, che suona musica incomprensibile in locali semivuoti; l'idea del grande concerto è lontana dalla loro filosofia. Frank invece sposa la causa del ragazzo, e la band lo segue. Purtroppo durante una serata di presentazione del concerto il cantante ha un attacco di panico; gli altri riescono a calmarlo e decidono che la band se ne deve andare da lì. Jon convince Frank a rimanere con la promessa della popolarità, ma la sera successiva quando si presentano solo loro due sul palco il cantante ha una nuova crisi che pone fine all'esibizione. In seguito ad un litigio con il ragazzo, Frank fugge, viene investito da un'auto e perde la maschera; anche Jon viene investito e ricoverato presso un ospedale. Una volta dimesso, il tastierista trova gli altri membri della band che si esibiscono in un locale, ma non sanno dove sia il cantante. Tramite il suggerimento di un suo follower, Jon viene a sapere che Frank è tornato nella casa dei suoi genitori.

In Italia è poco noto, ma il film è ispirato a tre musicisti realmente esistiti: Chris Sievey, Daniel Johnston e Captain Beefheart.
Chris Sievey è stato un cantante inglese che ha a lungo seguito invano la fama, finché non ha avuto l'idea di esibirsi con una grande testa di cartapesta indosso, e da lì la sua carriera è decollata. Le vendite dei suoi dischi sono andate discretamente bene, ed è stato invitato a condurre alcune trasmissioni televisive.
Daniel Johnston è un artista, cantautore e musicista americano di discreto successo, nonostante soffra di schizofrenia.
Il più famoso dei tre è Captain Beefheart, cantautore, musicista e pittore, leader della band di rock sperimentale "The Magic Band". Era famoso anche perché "maltrattava" il proprio gruppo, e tra i suoi metodi vi era quello di far vivere i musicisti in un'unica stanza per mesi per incidere un album. A volte il batterista si esibiva con un paio di mutande in testa. I loro lavori sono stati osannati dai critici e inseriti tra i dischi più influenti della musica rock. Nonostante questo, le loro vendite rasentavano lo zero. L'album più famoso di Captain Beefhart and the Magic Band è "Trout Mask Replica" del 1969.

La colonna sonora è ovviamente molto interessante e costituita dai brani dei Soronprfbs (composti da Stephen Rennicks), curiose tracce di rock sperimentale, e da musiche create per il film. Il brano "I love you all" ha vinto il premio come miglior canzone al Las Vegas Film Critics Society Awards nel 2014.

Le canzoni più notevoli sono quelle attribuite a Frank e ai Soronprfbs, ovvero:
- Ginger Crouton (la prima suonata dalla band nel locale)
- Creaky Door (realizzata campionando il cigolio della porta)
- Tuft (la canzone sul filo del tappeto)
- Secure The Galactic Perimeter (incisa durante la sessione per l'album)
- Broken (incisa durante la sessione per l'album)
- Frank's Most Likeable Song... Ever (la canzone più commerciale di Frank)
- Lighthouse Keeper (suonata dalla band nel locale senza Frank)
- I Love You All (che segna il ritorno di Frank nel gruppo)

Consiglio a tutti sia la visione del film sia l'ascolto della colonna sonora.

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15 ottobre 2017

"Lucy in the sky with diamonds": misteri e verità

Sono state scritte molte teorie sul testo di "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles e sul suo titolo, ma corrispondono tutte a verità? Vediamo come è nato il pezzo.

Nel febbraio 1967 John Lennon viveva con la moglie Cynthia e il figlio Julian di tre anni. Un giorno il bambino portò a casa dall'asilo un disegno fatto da lui, che mostrava la sua amichetta Lucy che volava nel cielo (vedi foto). Quando John gli chiese cosa rappresentasse il disegno, Julian rispose "That’s Lucy in the sky with diamonds", e l'uomo pensò che fosse il titolo perfetto per una canzone. Alla scena assistettero Cynthia, Ringo Starr e l'amico Pete Shotton. Nel pomeriggio arrivò anche Paul McCartney, e John gli mostrò il disegno di Julian e raccontò del suo fantastico titolo. La stessa Lucy O'Donnell in un'intervista qualche anno dopo affermò di ricordarsi di quel disegno che Julian le aveva mostrato prima di portarlo a casa. Abbiamo quindi sette persone che confermano l'origine del titolo della canzone; ogni altra versione è solo un'illazione.

Il testo della canzone è costituito da immagini infantili, sognanti e magiche, come "cieli di marmellata", "taxi fatti di giornali" e "torte di marshmellow", in parte ispirate a John Lennon dai racconti di Lewis Carroll.

Purtroppo Lucy O'Donnell morì prematuramente nel 2009; in sua memoria Julian Lennon scrisse la canzone "Lucy".

Nel 1974 durante una campagna di scavi archeologici nella località di Hadar, in Etiopia, vennero rinvenuti i resti di un Australopithecus afarensis di sesso femminile. I paleoantropologi la chiamarono "Lucy" in quanto la canzone dei Beatles era tra le più ascoltate al campo. A oggi è ancora lo scheletro più completo di un antenato umano antico di oltre tre milioni di anni.


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07 ottobre 2017

Depeche Mode a Milano: la recensione

La seconda data italiana del "Global spirit tour", quella del 27 giugno 2017 a Milano, ha visto la band di Dave Gahan in stato di grazia mandare in visibilio i 55 mila fans assiepati nello stadio Meazza (San Siro).
I Depeche Mode hanno infatti ripreso in mano i loro successi ottenendone delle versioni più potenti, con una migliore resa live, merito anche degli arrangiamenti in chiave più rock.
Il concerto si è aperto con due brani dal nuovo album "Spirit" - "Going Backwards" e "So Much Love" - per poi passare al primo classico "Barrel of a gun". Da lì in avanti i Depeche hanno proseguito tenendo alta la qualità, alternando brani più e meno recenti. Il pubblico si è scaldato definitivamente a metà serata con "Everything Counts", il brano più vecchio in scaletta (1983!), e da quel momento non si è più fermato.

Protagonista indiscusso della serata è stato Dave Gahan: la sua voce non è più quella dei tempi d'oro, ma sapendo cosa ha passato nel suo periodo più buio, offre ancora ai fans un'ottima performance. Prestazione vocale ma non solo: lo spettacolo appare costruito attorno a lui. Luci, telecamere, filmati, passerella tra il pubblico: tutto pare osannarlo, e lui non è certo uno che rifiuti il centro della scena. Il frontman, istrionico, ammaestra il pubblico con sicurezza indiscussa, e sotto la sua direzione il movimento delle braccia dei fans trasforma lo stadio in un campo di grano spazzato dal vento.
Anche Martin L. Gore fa la sua parte: "A question of lust", "Home" e "Somebody", da lui cantate con una voce perfetta, ribadiscono (se ce ne fosse bisogno) che il genio musicale dietro alla band è lui.

Non è solo un concerto: è un evento. I fans sono lì non solo per sentire le canzoni, ma soprattutto per poter dire al mondo "Io c'ero". Il pubblico vorrebbe prolungare il momento di estasi, e lo fa allungando la durata dei pezzi continuando a cantarne i cori anche oltre la loro fine. Dave Gahan accetta, apprezza e dirige il coro finché non ne decreta la fine con uno "One more!" Spettacolare la prestazione del pubblico sul finale di "Everything counts", degna di quella immortalata nell'album live 101. Il pubblico prolunga la voce anche su "Home" cantata da Martin L. Gore. Dave Gahan ritorna in scena, ascolta il coro e spinge il pubblico a continuare il tributo all'amico.

Da segnalare anche in questa data il tributo che i Depeche Mode dedicano all'interno dei loro concerti a David Bowie. La band ha suonato una versione più minimale di "Heroes" avendo come sfondo un'enorme bandiera nera sul maxischermo. "Heroes" è una canzone che per Dave Gahan significa molto, fu infatti mentre la cantava molti anni fa in un locale londinese che fu notato dagli altri e preso nella band. Tributato un omaggio anche ai Beatles con "Revolution" diffusa immediatamente prima del concerto.

Alla fine dell'esibizione i membri della band e i turnisti si sono abbracciati sorridendo felici come se fosse stato il loro primo concerto.

Se anche voi volete un giorno poter dire "Io c'ero", sappiate che i Depeche Mode torneranno in Italia a fine anno.


LA SCALETTA COMPLETA (Milano, 27/06/2017):
"Going Backwards"
"So Much Love"
"Barrel of a gun"
"A pain that i'm used to
(versione Jacques D'Cont remix)"
"Corrupt"
"In your room"
"World in my eyes"
"Cover me"
"A question of lust"
"Home"
"Poison heart"
"Where's the revolution?"
"Wrong"
"Everything counts"
"Stripped"
"Enjoy the silence"
"Never let me down again"


BIS:
"Somebody"
"Walking in my shoes"
"Heroes"
(David Bowie cover)
"I feel you"
"Personal Jesus"

27 settembre 2017

Canton, da meteora anni '80 alle hit del 2017

Canton, gruppo new wave italiano che ha avuto un grande successo internazionale con il brano "Sonnambulismo" nel 1984, torna quest'anno con un nuovo cd che promette scintille.

La storia della band comincia nei primi anni '80 in Trentino, grazie a Francesco Marchetti, Marcello Semeraro e Stefano Valdo. La loro grande occasione si presenta quando Enrico Ruggeri, che era già una star affermata dopo il successo con i Decibel, regala loro la canzone "Sonnambulismo". I ragazzi non si lasciano sfuggire l'opportunità e giocano subito la carta più alta: portano il brano al Festival di Sanremo del 1984, arrivando quarti nella sezione giovani. Il pezzo rimane per mesi nelle classifiche italiane, e in quelle europee come "Sleepwalking" ricantata in Inglese.
I Canton bissano il successo l'anno seguente con i brani "Please don't stay" e "Stay with me". A questi segue l'oblio, anche a causa di problemi con la casa discografica, e lo scioglimento della band. Nel 2007 il gruppo, questa volta composto dai soli Marchetti e Semeraro, torna assieme e realizza una versione aggiornata della loro hit più famosa, intitolata "Sonnambulismo 2010", senza però incontrare il successo sperato.

Le novità vengono nel 2016 con l'inedita formazione composta da Marcello Semeraro con Mauro Iseppi e Alberto Masella, e il nuovo album "Ci saremo" trainato dai singoli "Senza me", "Canzone nuova" e "Parte del cuore" (405.000 visualizzazioni su YouTube). La perla dell'album è però la canzone "+ Sexy" appena pubblicata, e realizzata assieme al cantante dominicano Maceo: un brano che sposa i ritmi moderni con il calore centroamericano. "+ Sexy" è uscita in due versioni: "Dominican heat edit" e "Funkaeton remix", entrambe accompagnate da un video caraibico girato a Las Terrenas (Repubblica Dominicana). Semeraro lo ha descritto con le parole "Amo questo funk. Mi fa sentire vivo e amo come corrono in sintonia testo e ritmo, entrambi inequivocabilmente sensuali. Del resto il funky è musica sensuale, musica sinuosa ed eccitante che ci fa muovere e sudare al suo ritmo ipnotico e caldo. E che ci fa chiedere a chi balla con noi di non farci morire di... passione!"
Il pezzo ha tutte le carte in regola per essere un tormentone estivo del 2017, e gli auguriamo che lo diventi.

Contatti:
Sito Internet: http://canton-music.com
Facebook: www.facebook.com/canton2010

03 settembre 2017

La famigerata "Butcher cover" dei Beatles

Cosa ci fanno i Beatles con dei camici bianchi, e in mano brandelli di bambole e carne sulla copertina di questo disco? Si tratta di quella che i fans chiamano "Butcher cover", e ha una storia molto interessante.

Questa vicenda è ambientata nel 1966. Mentre in Gran Bretagna e nel resto del mondo gli album dei Beatles uscivano con 14 tracce, negli Stati Uniti la Capitol Records li pubblicava con meno canzoni. Con i brani tolti da ogni album e i singoli che non vi erano compresi, venivano realizzati degli LP "in più" che uscivano solo sul mercato statunitense.

Uno di questi si intitolava "Yesterday and today" e i Beatles scelsero come copertina una foto scattatagli dal fotografo Robert Whitaker, che vestì il quartetto con dei camici bianchi e gli mise in mano pezzi di bambole e brandelli di carne. Paul McCartney insistette molto affinché venisse usata quella foto per l'album, descrivendola come "Il nostro commento sulla guerra in Vietnam". Altre interpretazioni la vedono però come una forma di protesta da parte del gruppo nei confronti della Capitol Records, colpevole di "macellare" i loro album.

L'album uscì, ma fu subito ritirato dai negozi in seguito alle polemiche: la Capitol aveva infatti ricevuto centinaia di lettere di protesta per la sua copertina. Su questa venne incollata un'immagine più classica, e le copie reimmesse sul mercato.

Se aveste la fortuna di trovare presso un mercatino dell'usato una stampa di "Yesterday and Today" con la "Butcher cover", sappiate che sul mercato del collezionismo può valere migliaia di euro. In tanti hanno invece acquistato uno degli album "ricopertinati" e hanno provato a strappare la cover aggiuntiva, senza successo; il loro valore è decisamente inferiore.

La scaletta dell'album è la seguente (tra parentesi è indicata la pubblicazione inglese):

LATO 1
Drive My Car
(Rubber Soul - 1965)
I'm Only Sleeping (Revolver - 1966)
Nowhere Man (Rubber Soul - 1965)
Doctor Robert (Revolver - 1966)
Yesterday (Help! - 1965)
Act Naturally (Help! - 1965)

LATO 2
And Your Bird Can Sing
(Revolver - 1966)
If I Needed Someone (Rubber Soul - 1965)
We Can Work It Out (Singolo - 1965)
What Goes On? (Rubber Soul - 1965)
Day Tripper (Singolo - 1965)

26 agosto 2017

I Milli Vanilli, ovvero la più grande truffa della storia della musica

La vicenda che vede protagonista i Milli Vanilli, band pop/dance tedesca di fine anni '80, passata in un attimo dalle vette delle classifiche al dimenticatoio quando si scoprì il suo clamoroso imbroglio, è una storia degna della trama di un film; spero pertanto che mi perdoniate se nell'esporla in quest'articolo la parasafrerò un po'.

Ci troviamo in Germania nel 1988. Il produttore discografico Frank Farian ha per le mani una band con un'ottima capacità compositiva ed esecutiva. Il gruppo ha un solo difetto: non ha un'immagine accattivante, che possa fare presa sul pubblico. Farian si trova così nel dubbio se produrre la band, rischiando il flop e la perdita di un mucchio di soldi, oppure non finanziarla ma rinunciando ad un probabile successo, e ad una cifra ancora maggiore di denaro. È proprio questo il dubbio che tormenta il produttore, mentre si trova appoggiato al bancone di una discoteca di Monaco di Baviera. "Siamo nell'epoca di MTV, per avere successo un gruppo deve avere un'immagine forte, cool, come... come... come quei due ragazzi laggiù" pensa Farian guardando due giovani di colore che si stanno scatenando in pista. Sono Fab Morvan, 22 anni, francese, nato a Parigi da genitori del Guadalupe, e Rob Pilatus, 23 anni, tedesco, nato a Monaco e figlio di un soldato afroamericano. I due si sono conosciuti quella sera. È in quel momento che al produttore viene in mente la pericolosa idea, pertanto chiama i due ballerini e gli fa cenno di seguirlo in un privé.

"Ragazzi, vi piacerebbe diventare delle pop star acclamate dalla folla, e con un bel conto in banca?" "Sarebbe bello, signore, ma noi non sappiamo né cantare né suonare" "Sciocchezze, non serve! Basta che mettiate le vostre facce sulla copertina del disco e sul materiale promozionale, e ho già una band che penserà alle canzoni al vostro posto. Allora, ci state?" "Ma questa cosa è legale?" "Farete un mucchio di soldi". I due ragazzi sono disoccupati, e quindi accettano.

Quando Farian comunica la novità ai componenti della band, questi la prendono malissimo, ma la gentile proposta del produttore è di quelle che non accettano altre soluzioni: "O con loro, o non vi produco!" Il gruppo si morde la lingua e accetta. Il 45 giri di "Girl you know it's true" viene così prodotto con il "metodo Farian": band competente alla canzone, ballerini bellocci in copertina, ed esce il 25 giugno 1988 (vedi foto). Il produttore aveva visto giusto: il disco diventa subito un successo in Germania. Comincia a crescere la fama dei due ragazzi, e il conto in banca di Farian. Questo spinge il produttore a fare il passo successivo, e convoca Morvan e Pilatus per realizzare il video promozionale del singolo. "Ma noi non sappiamo cantare!" "Sciocchezze! Basta che balliate come quella sera in discoteca, che muoviate le labbra, e andrà tutto bene!" I ragazzi sono un po' titubanti, ma nel filmato danno fondo al loro repertorio di salti e movimenti sincopati. Anche questa volta Farian aveva visto giusto: il videoclip diventa un successo a livello europeo, facendo accrescere la fama di Morvan e Pilatus, e la ricchezza del produttore. I tempi sono maturi per far uscire un album, e nel novembre 1988 viene pubblicato "All or Nothing", seguito un mese dopo dal nuovo singolo e dal video di "Baby Don't Forget My Number". Per la terza volta Farian si dimostra un produttore in gamba, e non tardano ad arrivare da tutto il mondo (Italia compresa) ulteriore fama e denaro per i ragazzi e il boss, rigorosamente in quest'ordine.

I canali televisivi internazionali cominciano a chiedere la presenza dei due frontmen nelle loro trasmissioni; Farian accetta e lo comunica ai due ragazzi. "Ma noi non sappiamo cantare! Questa volta ci scopriranno!" "Sciocchezze! Tutti i cantanti in televisione si esibiscono in playback! Basta che andiate lì e facciate la stessa cosa che avete fatto nei video!" Morvan e Pilatus sono poco convinti, ma accettano. Nelle prime esibizioni televisive si dimostrano un po' insicuri, ma ben presto prendono confidenza con il mezzo. Anzi, ci prendono proprio gusto, e i loro playback televisivi diventano degli spettacoli in cui i due ragazzi ballano, corrono, saltano, si scontrano in volo e il tutto senza smettere di "cantare". Morvan mima la voce principale, e Pilatus fa il labiale della seconda voce e persino del coro femminile. Le loro esibizioni raggiungono un tale livello di finzione che nelle trasmissioni che richiedono anche la partecipazione della band, addirittura i musicisti si lanciano in un playback sfrenato. C'è un filmato in cui il bassista "suona" il suo strumento prendendolo a sberle, cercatelo su Youtube. Siamo negli anni '80, il pubblico non pensa neanche lontanamente che uno spettacolo possa essere finto, ma soprattutto non si interroga nemmeno sul problema, perché non ha importanza. Qualcuno però nota una cosa... Non sfugge infatti a chi si occupa di musica come nelle interviste internazionali i due frontmen dimostrino di avere poca familiarità con la lingua inglese, a dispetto della dimestichezza sfoggiata nelle canzoni. Questa però è solo un'idea, che rimane lì e non disturba il successo dei Milli Vanilli.

Tra il marzo e il luglio del 1989 escono l'album "Girl you know it's true" e i singoli "Girl I'm Gonna Miss You" e "Blame It on the Rain". Il successo del gruppo è inarrestabile: l'intero globo terrestre gli tributa i due benefit tanto graditi. Inebriato da questo, Frank Farian decide di alzare ulteriormente l'asticella: conferma la partecipazione dei Milli Vanilli ad un concerto organizzato da MTV. "Un concerto? Ma sei matto? Ci scopriranno!" "Sciocchezze! Non è un vero concerto: è organizzato da MTV, è come una trasmissione televisiva. Voi andate lì e fate il vostro solito spettacolo." Poco convinti, i ragazzi accettano.

È il 21 luglio del 1989. Stando dietro alle quinte dello show, i due frontmen sbirciano verso la platea. Quello che vedono gli gela il sangue nelle vene: davanti a loro c'è una folla di 80.000 persone. "Se qualcosa va storto questa volta, siamo spacciati" "Ora saliamo sul palco e facciamo del nostro meglio, ma quando abbiamo finito andiamo da Farian e gli diciamo che non vogliamo più continuare a fingere". Le note di "Girl you know it's true" iniziano a suonare, e i ragazzi entrano in scena mettendo impegno nella loro esibizione in playback. L'occasione è di quelle importanti: sul palco gli hanno messo anche i musicisti e persino il coro femminile. Sta tutto procedendo per il meglio, la folla è entusiasta. Siamo alla fine degli anni '80, i cd esistono già ma sono poco usati: quello che il pubblico sta ascoltando è un caro e vecchio disco in vinile. Se un cd salta, smette di suonare; se un disco salta, continua a ripetere la stessa frase, e questa volta succede proprio sul ritornello. "Girl you know it's... Girl you know it's... Girl you know it's... Girl you know it's..." Pilatus abbozza, cerca di fare il labiale anche di questo, ma ben presto si accorge di essere ridicolo e fa la cosa peggiore che potesse fare: fugge dietro le quinte. Morvan si ritrova da solo in scena mentre si sente a ripetizione la parte vocale del suo compagno; preso dal panico, scappa anche lui dal palco. Sarebbe bastato dire una cosa semplice tipo "Scusate, oggi abbiamo mal di gola e facciamo l'esibizione in playback. Adesso rimettiamo il disco e ripartiamo" ma la tensione e la paura di essere scoperti che i ragazzi si portano dietro da mesi li blocca. Paradossalmente qualsiasi altra cosa, a parte fuggire di scena, sarebbe andata bene: il pubblico è contento di sentire una bella canzone e di vedere i propri beniamini sul palco, tutto il resto non gli importa. Non serve nemmeno inventarsi una scusa: la folla è lì che attende solo che la band torni in scena e che lo spettacolo ricominci. Quel giorno però Morvan e Pilatus non ritornano sul palco.

L'episodio mette qualche sospetto negli addetti ai lavori, ma non influisce sul successo della band, tant'è che nel gennaio 1990 esce il singolo "All or Nothing". A far scoppiare il caso è una dichiarazione del vero cantante della band Charles Shaw, il quale, probabilmente stanco di stare nell'ombra e deluso dal comportamento dei due frontmen, svuota il sacco davanti alla stampa. Questa si getta immediatamente sulla band e il produttore: tutti vogliono sapere la verità. Non riuscendo a reggere la pressione mediatica, il 12 novembre 1990 Farian confessa, confessa tutto. Qui scoppia il vero scandalo: la casa discografica molla il produttore, e lui molla i Milli Vanilli. Questo ovviamente non basta: contro di loro vengono intentate 27 cause, e viene revocato il Grammy da poco ricevuto. Morvan e Pilatus convocano una conferenza stampa in cui dichiarano che è vero, non erano loro a cantare, ma si sarebbero iscritti ad un corso di canto e avrebbero fatto sentire a tutti di cosa sono capaci. Pochi mesi dopo sono infatti in studio di registrazione per farci sentire il risultato dei loro sforzi: cantano da schifo. I loro tentativi si rivelano dei flop pazzeschi, o non vedono nemmeno la pubblicazione. La vicenda ha purtroppo un finale drammatico: Rob Pilatus muore di overdose nel 1998.

Ma... c'è anche un finale positivo: dopo decenni di sforzi e di corsi Fab Morvan ha finalmente imparato a cantare. Attualmente si esibisce in concerti e apparizioni televisive di "vecchie glorie" ballando, cantando la parte principale, la seconda voce e persino il coro. Ed è bravo.

In conclusione: è vero che i Milli Vanilli cantassero sempre in playback, ma le loro esibizioni erano spettacoli veri e propri, e la gente ne andava matta. Poi le canzoni erano comunque suonate e cantate da qualcuno, il Grammy doveva rimanere della vera band; fino dall'inizio non era per i ballerini. E di sicuro chi comperava i dischi non lo faceva per la foto in copertina ma per ascoltare le canzoni. Penso quindi che i Milli Vanilli siano stati puniti troppo severamente per quello che hanno fatto, anche considerando che non sono stati né i primi né gli ultimi a fare questo gioco. Nella storia della musica pop e dance vi sono stati altri casi simili: uno famoso è quello dei Boney M in cui il frontmen Bobby Farrell non era la stessa persona che cantava nei dischi. E sapete chi cantava realmente? Frank Farian! Proprio lui, il produttore dei Milli Vanilli! Un caso italiano è invece quello di Corona, "cantante" dance anni '90 impersonata dalla modella Olga Maria de Souza, che tra il primo e il secondo singolo ha cambiato voce! Meritano di essere citati, inoltre, gli analoghi casi dei Baltimora e Dan Harrow.