27 dicembre 2006

Notte di rabbia





Notte di rabbia tra di noi
non sono come tu mi vuoi.
Entri nella mia vita e non chiedi permesso
"Mi ami o no?" per te è lo stesso.
Quel che provo non è indifferenza
ma piuttosto la conseguenza
di un rapporto senza amore
come una puttana a ore.

Notte di rabbia tra di noi
"Questi son problemi tuoi".
Ma allora dimmi che cos’è
quello che tu vuoi da me.
"Dammi solo l’ultima,
che poi me ne vado da qua."

Notte di rabbia tra di noi
ma sorge il sole su di noi.
I nostri volti gli nascondiamo
e le nostre miserie via portiamo.
La nostra storia finisce a botte
e ricomincia la prossima notte.

21 dicembre 2006

Mi spacchi il cuore





Se tu non mi saluti più, io mi sento morire dentro
e il gelo del tuo sguardo, mi avvolge come il vento.
"Possiamo rimanere amici", ma non dire stronzate
ma quali amici si amano e si odiano così.

Sì, tu non mi saluti più, e io avendoti davanti così dura
non riesco più a parlarti, di te io ho paura.
Ho paura a dirti qualsiasi cosa, perché tu non sei più tu
e io come faccio ad amarti, ad amarti così.

Ora che non mi vuoi più, tu conferma del mio dolore
mi guardi senza sorrider e senza fare rumore.
Dov’è finito dimmi tu, quel che c’era tra di noi
come può esser scomparso, esser morto così.

12 dicembre 2006

Da caldo a freddo




Lei mi invita a passare dall’altra parte. “Sei pronto?” mi domanda. “Sono pronto” le rispondo.
Quel giorno ci rincontreremo e rideremo assieme. Mi ha promesso che mi avrebbe aspettato.
Attraversiamo il deserto. Sei tu la mia guida?
La ragazza vestita di bianco tesse la sua danza, mentre lo sciamano incanta il futuro.
Il sole incredulo ci brucia. I miei occhi non vedono e la mente vacilla. Sono un tutt’uno con l’aria calda.
L’uomo di creta si allontana facendo cenno di seguirlo.
Ti aspetterò. Ma domani non sarai lì per me. Ti amerò. Ma domani tu non mi vedrai nemmeno.
Amami: siamo fatti della stessa materia.
Il poeta ha dunque perso la sua musa?
L’universo è nella testa.
Mi amerai ancora?
Forse c’è stato un tempo in cui ero buono. Forse c’è stato un tempo in cui ero perfetto. Amami per com’ero.
La mano si appoggia, ma la superficie è fredda. Strappando fiori dalla mia tomba.
La stella è nei tuoi occhi.
Il serpente sibila davanti ai nostri volti, ma non ci perdona.
Pretendendo lacrime da una stella.
La lucertola mi parla. Mi parla di felicità, ma ha gli occhi vuoti.
Il freddo mi dipinge.
Le cose che mi sfuggono, e quelle che non capirò mai.
Signora della sera, dove vai? Signora della sera, ci sarà un posto per me al tuo fianco?

06 dicembre 2006

Libero





Solo in quel momento mi sono reso conto che non amavo te,
ma l’immagine che di te mi ero costruito in questo tempo.
Bella, ideale, splendida, lontana.

E quando l’ho capito mi sono sentito sollevato,
e ho compreso che non vale la pena perdere il tempo con te.

Ero venuto per far colpo su di te.
Me ne sono andato mandandoti a cagare senza aprire bocca.

Ho finalmente liberato me stesso da te.

29 novembre 2006

Certi giorni io





Certi giorni io mi fermo
ed allora penso
che forse tutto questo non ha senso.
Come quando fuori piove
la mia anima si muove
e la vita mi sottopone ad altre nuove prove.
Certi giorni la mia vita
mi sfugge tra le dita
e mi rendo conto di non averla mai capita.

Certi giorni il mio cuore
è pieno di dolore
e mi fa soffrire giorno e notte, ore e ore.
Come in cerca di un futuro
mi ritrovo avanti a un muro
e io ci sbatto contro sempre a muso duro.
Certi giorni la mia storia
mi porta ad una svolta
ma io non me ne accorgo nemmeno questa volta.

Certi giorni ne ho abbastanza
perché non c’è speranza
e mi ritrovo qui rinchiuso in una stanza.
Come quando la sfiducia
il mio petto strappa e brucia
e non vi è né donna né amico che ricucia.
Certi giorni l’oblio
mi sembra l’unico dio
e in quel nulla voglio finire anch’io.

Certi giorni è la mia rabbia
l’unica forza che io abbia,
e la mia vita sfugge
come tra le dita sabbia!

21 novembre 2006

Ex





Perché non mi guardi più?
Una volta tu mi amavi.
Da luce a buio in un momento
Tu mi hai scaraventato.
E poi in fondo lui chi è?
Non ti vuole amar per niente.
Forse ingenua o forse no
Ma così tu mi hai lasciato.

Io ti chiedo come stai,
Mi rispondi "Son felice."
Dico "Anch’io." mentendo male,
Ma ti spaccherei i denti.
Va bene mi hai lasciato tu,
Ma non prendermi in giro.
Son distrutto dal dolore,
non puoi dir che sei felice.

Forse un giorno capirai
In che abisso mi hai lasciato,
Quanto stronza tu sei stata
E dov’è che hai sbagliato.
Forse un giorno tornerai
Col rimorso dentro al cuore,
Avrai capito cos’è l’amore
Ma ti spaccherò i denti.

14 novembre 2006

Se solo avessi saputo





Se solo avessi saputo che quella sarebbe stata la nostra ultima sera,
avrei sicuramente fatto qualcosa per impedirlo.

Quella notte non mi hai detto "ti amo" nemmeno una volta.
E io stupido non ho intuito nulla.

Mi abbracciavi, ma la tua stretta era più fredda e debole del solito.
E io idiota non ho capito niente.

Mi baciavi, ma solo se te lo chiedevo, e mai con la passione delle altre volte.
E io deficiente non ho immaginato nulla.

Se solo avessi saputo che quello sarebbe stato il nostro ultimo appuntamento, non ti avrei più lasciata andare via. Non avrebbero avuto importanza case, parenti e amiche da cui tornare. Ti avrei trattenuta anche con la forza, se fosse stato necessario.

Se solo avessi saputo che quello sarebbe stato il nostro ultimo abbraccio, avrei serrato le mani e ti avrei impedito di allontanarti da me. Ti avrei tenuta stretta al mio corpo il più a lungo possibile, finché non saremmo stati sopraffatti dalla stanchezza.

Se solo avessi saputo che quello sarebbe stato il nostro ultimo bacio, anche solo con quello ti avrei trattenuta. Per sempre.

Se solo avessi capito che mi volevi lasciare, avrei potuto parlarti per tempo. Farti capire quanto ti amavo, se quello che avevo fatto fino ad allora non era bastato, e spiegarti quanto avevo bisogno di te.

Ma non l’ho capito. Finché non è stato troppo tardi.

Ora mi rimane soltanto il ricordo di una serata non riuscita, di un abbraccio troppo corto, e di un bacio che non terminerò mai.

07 novembre 2006

Per sempre





Quando stavamo assieme, mi chiedesti per quanto tempo ti avrei amata. "Per sempre" - risposi io.
Ora mi hai lasciato, ma quel "per sempre" per me è ancora valido.
"Io ti amerò per sempre."
Non è più una promessa, ma non è nemmeno una minaccia.
È solo una verità, che non riesco ad annullare nonostante tutti i miei sforzi per dimenticarti.
Ancora oggi io ti amo.
E sarà così, per sempre.

31 ottobre 2006

Tristezza arriva





Tristezza arriva. E non mi guarda nemmeno.
Mi passa davanti come se non ci fossi, ma lo sa cosa provoca in me.

Tristezza è lì, davanti a me, ma non per me. Scherza e ride con gli altri. Ma a me non parla più da mesi.

E io non riesco a parlare, a ridere e scherzare, se c’è lei.
Non riesco a partecipare al dialogo e alla vita degli altri, perché lei è il mio unico interesse, io penso solo a lei.

E l’unico sentimento che riesco a provare, è tristezza.

24 ottobre 2006

Io non piangerò





M’hai fatto promettere che non avrei pianto
se un giorno io non ti avessi avuta accanto.
M’hai detto che io non mi dovevo disperare
se noi due ci fossimo dovuti separare.

M’hai fatto promettere "Lacrime non verserai."
se ci fossimo lasciati senza sapere come mai.
M’hai detto non dovevo affogar nella tristezza
se non avessi potuto più respirar la tua purezza.

M’hai fatto promettere "Non proverai dolore."
se tu non fossi stata più vicina al mio cuore.
M’hai detto che io mi dovevo abituare
che un giorno l’incantesimo si poteva anche spezzare.

Ma tu già sapevi quel che io andavo ignorando
che una malattia già ti stava devastando.
M’hai fatto promettere che non avrei sofferto
ma ora la morte il tuo gioco ha scoperto.

Davanti alla tua tomba la promessa io ho infranto
è per questo che io ora mi sfogo con il pianto.
Piango ora e poi per sempre io piangerò
finché un giorno io non ti ritroverò.

17 ottobre 2006

Ti ho rivista





Non eri come ricordavo,
o forse, come immaginavo.
Il mio ricordo aveva deformato la tua immagine,
rendendoti più bella e irresistibile.
Impossibile da non amare.
Ti ho rivista, e ho capito che non sei così.
Ho capito che sono uno stupido.
E che non vali la mia sofferenza.

10 ottobre 2006

Disperazione





Te ne stai lì, davanti a me.
So che non sei più mia, ma non posso fare a meno di guardarti e di soffrire.
Ti guarderò finché sarai così bella. Ti guarderò finché ti amerò.
Vattene, vattene perché ti amo.
E se resti, deve essere solo per me.
Perché non riesco a resistere, se tu sei qui ma non per me.
Non riesco a resistere senza guardarti, amarti e soffrire.

03 ottobre 2006

Tante parole






Provo a sbagliarmi
Ma non c’è errore
Quello che provo
È solo amore

Cosa ti manca?
Niente da dire
Un tuo sorriso
E potrei morire

Dentro agli occhi
Mille parole
Ma stiamo zitti
Nessuno le vuole

Senza parlare
Tanto da dire
Voce non serve
Riesci a capire

Tra mille stelle
Scese vicino
Riesci a trovare
Un solo destino

Tante parole
Vorrei spiegare
Un solo pensiero
Ti voglio baciare

27 settembre 2006

Sinestesia






Se vuoi toccare il profumo di un fiore, allora vieni con me;
Se vuoi vedere il rumore del mare, vieni vieni con me.
Se vuoi assaggiare la poesia di una sera, allora resta con me;
Se vuoi sentire il colore di un tramonto, vieni e resta con me.

Se vuoi provare il chiarore del giorno, allora vieni con me;
Se vuoi annusare il calore del fuoco, vieni vieni con me.
Se vuoi udire il sapor di una mela, allora resta con me;
Se vuoi scoprire l’azzurro del cielo, vieni e resta con me.

Se vuoi vivere la luce delle stelle, allora vieni con me;
Se vuoi riscaldarti alla gioia della vita, vieni vieni con me.
Se vuoi pensare al calore di un abbraccio, allora resta con me;
Se vuoi guardare un futuro insieme, vieni e resta con me.

Se vuoi capire l’amor di un poeta…

20 settembre 2006

Camminata nel dolore (Non ti ama più)





Ho camminato a lungo, ho attraversato le campagne
e la voce del vento in mezzo a un campo di grano mi ha detto "Non ti ama più".
Ho camminato a lungo, ero in cima alle montagne
e la voce dell’aria fredda delle vette mi ha detto "Non ti ama più".

Ho camminato a lungo, fin sulla spiaggia dorata
e la voce del mare impetuoso mi ha detto "Non ti ama più".
Ho camminato a lungo, nel deserto di sabbia
e la voce sole di fuoco mi ha detto "Non ti ama più".


Ma non capisco perché non ascolto una voce sola
e aspetto da te ancor quell’unica parola
che tu non mi vuoi dire, tu non mi vuoi parlare
e mi vuoi costringer ora e sempre ad affogare
nel mare del tuo odio, con l’acqua fino al collo
ma or mi son deciso: sono io che ti mollo.

12 settembre 2006

Sogno






T'ho detto "stringimi" e tu non l'hai fatto
T'ho scritto lettere che tu non hai letto
T'ho chiamata ma tu non sei venuta
Anche se lo volevi

T'ho teso le mani e tu non le hai prese
T'ho detto "baciami" ma non mi hai trovato
E fuggire tu non hai potuto
Anche se lo volevi

A volte in sogno succedono cose
così strane che non riesci a spiegarti
ma non ti preoccupare
l'importante è che provi a svegliarti

06 settembre 2006

Trilogia del dolore





La morte della ragazza

Apri gli occhi lentamente, e così tu scorgi i miei
Sono notti che ti veglian, e ora ti sorridono.
"Malattia incurabile" – il dottore ha sentenziato
"Pochi giorni ancor di vita" – dall’alto della sua scienza.
Mentre il dramma ci distrugge, non possiamo proprio nulla
Tu mi chiedi una vita, un sorriso posso darti.
Entra a un tratto la Signora, e ci guarda con pietà
A capotavola del tuo letto, dice che ormai è ora.
Io le chiedo la clemenza, ed in prestito un minuto
Un minuto per guardarti, un minuto per salutarti
Un minuto per baciarti, ma una vita per amarti.
Tenendovi la mano, ora ve ne andate via
Mi saluti da lontano, e lei dice "Tornerò".
Un minuto per guardarti, un minuto per salutarti
Un minuto per baciarti, ma una vita per amarti.


Il dolore

Son le cinque di mattina, ricomincia il mio dolore
Per la tua triste scomparsa, anche oggi soffrirò.
Mi hai lasciato nel dolore, perché sono ancora qua?
Una vita senza amore, non si può trascorrere.
Sto piangendo e penso a te, sto soffrendo qui con te
Sto piangendo e penso a te, sto soffrendo qui per te.
Chiedo tregua ai miei libri, ed il prestito di un’ora
Ch’io non debba più pensare, che ora tu non ci sei più.
Quel che faccio è tutto invano, resti nei pensieri miei
Il mio dolor non è finito, sempre nei pensieri miei.
Sto piangendo e penso a te, sto soffrendo qui con te
Sto piangendo e penso a te, sto soffrendo qui per te.


Il suicidio

Or la decisione è presa, non si può tornare indietro
Ho perso la mia battaglia, sono giunto alla resa.
Se la morte non mi ha preso, ora le andrò incontro
È questione di minuti, ed io più non soffrirò.
Affilatissima e di ghiaccio, lama scorri su di me
Come il sangue dal mio braccio, la vita se n’esce da me.
Il mio corpo s’indebolisce, e la Morte appare già
Una mano sulla mia testa, è il suo invito nell’aldilà.
Con l’ultimo mio respiro, il tuo nome chiamerò
E con l’ultimo mio sguardo, ora io ti vedo già.

A chi mi cercherà nel buio, dite che mi troverà.

29 agosto 2006

Non mi stancherò mai





Ti chiamo nella notte, tanto so che ci sei
non riesci a dormire e non ci riesco io.
Ti bacio sulla bocca e sento che ci sei
sulle tue labbra amore, me ne sono accorto io.

Il senso della vita è il blu negli occhi tuoi
la legge che rispetto, solo quella dell’amore.
L’universo che mi importa è lo spazio tra di noi
nudi sopra a un letto, sì ma senza far rumore.

Ti scopro al mio fianco e nei pensieri miei
vuoi starmi più vicino e lo voglio anch’io.
Pensando alla tua bocca, a nient’altro che lei
distesi sopra un letto, dove di solito riposo io.

Sdraiati fianco a fianco, io respiro te
del sesso e dell’amore noi siamo maestri ormai.
Mangiamoci una mela, tempo ancor ce n’è
dell’amore che mi dai, io non mi stancherò mai.

16 agosto 2006

Le ragioni del dolore universale (L'odio della donna amata, della famiglia, della società e la vita)





Guardami son qui
qui di fronte a te,
ti sei scordata già
l’amore che cos’è.
Non è una cosa cui
ci si può dimenticar,
solo perché tu
m’hai voluto lasciar.

Son sempre figlio tuo
e me ne resto qui,
finché non mi spiegherai
perché m’odi così.
Io non riesco a vivere
in questa situazione,
lo vuoi capire o no
non siamo in competizione.

Dannata società
non mi vuoi considerare,
più che un rifiuto e
mi vuoi emarginare.
Perché non mi so adattare
modificarmi ad ogni costo,
mi dici che per me
in questo mondo non c’è posto.

Ma il dolore
più grande è la vita,
che ci provoca
sofferenza infinita.
La vita è la peggiore
malattia alle nostre porte,
perché ci conduce
sempre infine alla morte.

08 agosto 2006

Voglio solo amarti






Stasera sono qui, con te
per parlarti di tutti i miei perché.
Da te non voglio niente, sai
solo spiegarti di tutti i miei guai.


Che tu non sei più mia, lo so
e io ci penso su già da un bel po’.
L’amore non si può posseder
ma c’è una cosa che devi saper:


Non ti disturberò più - Voglio solo amarti
Anche se sei di un altro - Voglio solo amarti
Niente più notti assieme - Voglio solo amarti, voglio solo amarti.


Il tempo ci ha divisi, così
ma il mio amore non può finire qui.
Mi vuoi buttare via come se
non fossi mai stato importante.


L’amore che t’ho dato, dov’è
nel tuo cuore ora più non c’è.
Il tempo le ferite curerà
ma il mio grido resta questo qua:


Non ti disturberò più - Voglio solo amarti
Ma cercherò il tuo sguardo - Voglio solo amarti
Niente più baci ardenti - Voglio solo amarti, voglio solo amarti.


Non ti disturberò più - Voglio solo amarti
Ma veglierò alla tua finestra - Voglio solo amarti
E piangerò sotto la pioggia - Voglio solo amarti, voglio solo amarti.

01 agosto 2006

Il cielo sopra Trento






Il cielo sopra Trento esplode in un momento
e adesso la sua gente guarda verso l’alto
tutta la sua rabbia alza come sabbia
ed ora questa vita attende qualcos’altro.

Il cielo sopra Trento cambia come il vento
che ci porta odori di terre lontane
ma il freddo che ci avvolge è sempre lo stesso
e io me ne rendo conto solo adesso.

Il cielo sopra Trento grida il suo lamento
e lo puoi udire nella notte scura
vede troppa gente che vive di niente
se lo sentirai non devi aver paura.

Al cielo sopra Trento non farai commento
ci han provato in tanti senza averne niente
perché le parole a volte sono vuote
"Vuolsi così colà ove si puote."

Il cielo sopra Trento percorre un tormento
perché da lassù lui vede molte storie
qui tutte le sere muoion vite vere
che non rimarranno dentro alle memorie.

Il cielo sopra Trento è grigio qual cemento
perché certi giorni è spettro della morte
non lo puoi fermare neanche con il cuore
ed io gli grido contro tutto il mio dolore.

25 luglio 2006

Ho cercato te (in fondo la felicità)






Ho cercato la bellezza del sole, ed ho trovato te
e ascoltando la voce del mare, io ho sentito te.
Ho cercato la forza di un fiume, ma sei più forte tu
e se osservo il colore del cielo, è negli occhi tuoi blu.
Ho cercato la vita del fuoco, niente in confronto alla tua
e guardando l’anima del tramonto, è più splendente la tua.
Ho cercato la luce di una stella, era nel tuo sorriso
e la purezza dell’aria, accarezza il tuo viso.
Ho cercato il calore del vento, ed è proprio il tuo
e annusando il profumo di un fiore, è sempre più il tuo.
Ho cercato l’armonia di un mattino, si trova tra di noi
ed in fondo la felicità, è che tu ancora mi vuoi.

18 luglio 2006

Mi torni in mente






E all’improvviso mi torni in mente.
Senza alcun motivo, senza che nulla attorno a me ti ricordi.
Torni nei miei pensieri, e basta.
Di colpo, prepotente, inesorabile.
Mi ritrovo ancora debole di fronte al tuo ricordo.
E mi fai sentire male.

10 luglio 2006

Una tua fotografia






Ieri sera ho guardato una tua fotografia
che m'ha fatto pensare tu fossi ancora mia.
Sorridevi, eri contenta e non pensavi di sicuro
che la nostra separazione riservava il futuro.

Fantasmi di nicotina mi annebbiano la mente
m'accorgo la mia vita è stata solo un niente.
Mi sfilano avanti agli occhi creature arcane
dicon che le mie fatiche sono state invane.

Prego a nastro per scacciare i miei fantasmi
ma non se ne vanno via come i miei primi entusiasmi.
Ripenso alla nostra storia usando il mio cuore
ma tutto quel che ottengo è l'autopsia di un amore.

Cosa pensavi di quel bambino che taceva
e che non capiva che la pena non valeva
di mettersi con te anche se t'amava da morire
perché tu già da allora lo volevi far soffrire.

La notte della morte assaggia le mie lacrime
quelle che non ho versato tra tutte le tue pagine.
Ora io qui lo dico: l'amore non esiste
se può rendere un uomo talmente così triste.

02 luglio 2006

Stai con me






Amore stai con me, che io ti voglio amare
Se resterai con me potremo anche volare
Voleremo in alto, lassù fino in cielo
Sono qui con te e t’amo per davvero

Che strano questo amore che ci porta via
E da questa sera tu sarai mia
Stretti come amici noi sarem felici

25 giugno 2006

Non dimenticherò






Non dimenticherò mai l’espressione che avevi sul volto, quando muta mi chiedesti il primo bacio.
Gli occhi chiusi, le labbra ravvicinate, e un’espressione stupenda che nessun altro ti aveva mai visto fare.
Ho esitato un attimo, per prolungare il più possibile quel magnifico istante che non mi sembrava reale, e poi ti ho baciata.

E lì ti ho sentita padrona del mio mondo e della mia vita.
Ho sentito la forza di tutte le donne racchiusa nel tuo corpo fragile.
E ho capito che nella mia vita non ci sarebbe stato nient’altro all’infuori di te.

20 giugno 2006

Il nostro amore è un rebus






Tu dici che mi ami
e per giorni non chiami.
"Tu sei la mia vita"
falla finita!

Se dici "Io ti amo"
un pugno è la tua mano.
"Con te io posso amare"
lasciami stare!

Di questa nostra storia
non resterà memoria.
Non dovrò più sentire
il tuo mentire!

10 giugno 2006

Ti ho vista






Ti ho vista bellissima in una notte senza luna
Ho visto le stelle riflettersi nei tuoi occhi lucenti
Provavano ad aggiungere bellezza al tuo viso
Non sapevano che non è possibile.

Ti ho vista padrona del mio cuore in un istante
Musa della mia felicità
Ho capito che mi amavi veramente
E non ho più avuto bisogno di altro.

04 giugno 2006

Sei il mio sole






Sei il mio sole e la mia luna,
il mio universo e il mio infinito,
la mia vita e la mia morte.
Per me non esiste più nulla, nessun mondo:
ci sei solo tu, e nient’altro.
Ogni mia singola azione, ogni mia giornata
è finalizzata a te, la dedico a te.
Perché non esiste pioggia, non esiste freddo,
né alba né tramonto: esisti solo tu.
Mia unica ragione di vita, dimmi che mi ami
e che non mi lascerai mai.

28 maggio 2006

È solo acqua






La prima volta in cui siamo usciti, il cielo pioveva su di noi.
Ti dissi che ti amavo, tu mi sorridesti e mi stringesti forte.
Non avevamo un ombrello, ma per noi era lo stesso.
Tu eri preoccupata perché le gocce di pioggia scivolavano sulla tua testa, e si fermavano sulle punte dei tuoi capelli.
“È solo acqua.” – ti dissi.

L’ultima volta in cui siamo usciti, un sole afoso ardeva sopra di noi.
Mi dicesti che mi odiavi, e che non mi volevi più rivedere.
Restai in silenzio, mentre il sole batteva indifferente sulle nostre teste.
La traccia di una lacrima mi rigò il volto.
“È solo acqua” – mi dicesti.

22 maggio 2006

Corri



Tu sei l'unico che può salvarla. E allora corri, corri fino a che non ne potrai più. Corri finché sentirai ogni muscolo delle tue gambe dolere, e in quel momento tu potrai contarli tutti, perché ognuno di essi ti fa sentire un dolore diverso. Corri finché il tuo volto si contrarrà in uno spasmo vermiglio, e il semplice riassumere un'espressione normale ti provocherà dolore. Corri finché non sentirai i tuoi polmoni esplodere, e tu vorrai toglierli per non essere costretto a provare quel dolore assurdo. E solo allora, allora tu comincerai a correre veramente, a correre per salvarla. Prima correvi per te stesso, ora corri per lei. Tu corri, ma lei ti sembra sempre lontana, troppo lontana. Ma tu sai che la devi salvare. Lei è il tuo amore, lei è la tua vita. La ragione per cui hai vissuto fino ad ora. La ragione per cui sei disposto a morire adesso. ILLUSO! è la scritta che tu leggi sulla porta. Terapia intensiva, leggono gli altri, ma tu sai benissimo cosa hai letto, cosa voleva comunicarti La Sofferenza travestita da chirurgo per l'occasione. E' troppo tardi. Troppo tardi per cosa? Troppo tardi per tutto. A quest'ora solamente un miracolo... Cazzo! Un miracolo! L'unica cosa che non puoi fare, l'unica cosa che non puoi darle. Ora, qui al suo fianco, chiudi gli occhi disperato, e speri di non riaprirli mai più.

14 maggio 2006

La stanza di sopra



Era da un mese che stavano assieme, Giacomo e Marisa. Grandi abbastanza per voler vivere da soli, ma per il momento senza i soldi per farlo. Così sia lui sia lei stavano ancora con i genitori. Oh, non era poi così un problema, si vedevano quasi tutte le sere. Solo che non avevano un posto in cui fare l’amore. Fosse semplice! Non lo potevano certo fare tra le mura domestiche, con i genitori nella stanza di fianco. La macchina? Aveva lo stesso problema della casa. Niente da fare.
Fu una sera che a lui uscì la frase “Beh, un posto ci sarebbe…”
Ma procediamo con ordine.

Erano già quattro anni che Giacomo lavorava presso quell’ufficio. Un ragioniere come tanti, cioè un lavoro di merda. Però non sgarrava mai, e questo il suo capo lo apprezzava, anche se non aveva ancora imparato il suo nome. “Giovanni” o “il ragazzo” lo chiamava. Fatto sta che il ragazzo s’era guadagnato il rispetto del principale, che gli aveva pure lasciato la chiave dell’ufficio, visto che arrivava prima degli altri, così poteva aprire e cominciare subito gli ingrati calcoli.

Un posto ci sarebbe, e quella sera Giacomo e Marisa ci andarono. Anche se era notte, la chiave dell’ufficio entrava liscia e girava che era una meraviglia, a lui parve strano. Giacomo aveva paura che li scoprissero, e lei ne aveva, se possibile, ancora di più. Le fece compiere uno strano giro turistico al buio per le sale dell’ufficio, solo un po’ di luce filtrava dalla strada. Più per assicurarsi che non vi fosse nessuno, che altro. Questo è il mio pc, questa la mia sedia, questo il temperamatite. Finita l’esplorazione si fermarono entrambi, leggendo ognuno nello sguardo dell’altro la domanda “e adesso dove ci mettiamo?”
La poltrona dell’ingresso fu un’ottima postazione per i preliminari. Le mani di lei, calde e voraci, turbinavano sul suo corpo, facendogli perdere dimensione e contatto con la realtà. In poco tempo furono spogliati quasi interamente. Ora non si preoccupavano più di dove fossero, così Giacomo la sollevò di peso e la depose su di un tavolo, duro ma non importava, i sensi avevano preso il sopravvento. Anche lei sembrava non soffrirne. Fecero l’amore, sì, ma ogni rumore proveniente dalla strada li faceva fermare e ricominciare, fermare e ricominciare, in un eterno e fastidioso stop and go. Solo l’orologio riuscì ad arrestarli. Si rivestirono che erano ancora sudati ed eccitati.
Uscendo dalla porta dell’ufficio al mattino presto, sensazione strana, l’aria era ancora più fredda sulla pelle sudata, e la luce dei lampioni fastidiosa ai loro occhi abituati al buio. Correndo verso casa, gli veniva quasi da ridere, come avessero fatto una marachella impossibile da scoprire.

Il mattino dopo in ufficio, Giacomo riguardò la poltrona e il tavolo. Avevano stranamente ripreso l’aspetto di ogni giorno, e non quello magico e imprudente della sera prima. La poltrona professionalmente attendeva i primi clienti, e il tavolo non era più un talamo complice d’amore, ma il fedele compagno di lavoro di sempre. Solo che se Giacomo li guardava, gli strappavano un sorriso. Avete in mente quando sognate una persona, e poi il mattino dopo la incontrate? Ecco.

Giacomo e Marisa avevano così trovato un’alcova stabile e riutilizzabile, e le occhiate complici che si lanciarono quella sera lasciavano intendere che vi sarebbero tornati spesso. La seconda volta però lui s’era attrezzato: si era portato un lettino pieghevole e un paio di coperte. Doveva certo apparire una figura strana questa giovane coppia che si aggirava per il centro città, di notte, con un simile e sfrontato armamentario, ma per fortuna quasi nessuno li vide. Nessuno che potesse farli scoprire, insomma. Con il lettino le cose migliorarono, eccome. Ma rimaneva sempre quel brivido di paura, il timore di essere scoperti che frenava i loro istinti.

Il lettino, già. Silenzioso complice di molte notti seguenti, rendeva tutto più semplice. Ormai la formula era collaudata, non servivano altri preziosismi per allestire l’alcova. Giusto una bottiglia di spumante se l’occasione era speciale, o un cd romantico per nuove eccitazioni.
Fu per introdurre una variante, che una sera Marisa propose a Giacomo di riutilizzare la poltrona.

Così il mattino dopo, con l’ufficio che era tornato un mero luogo di lavoro, il mobile dell’ingresso strappò un sorriso compiaciuto a Giacomo, come i primi tempi di quel loro strano pellegrinaggio notturno. Prima di cominciare il lavoro, il ragazzo vi si adagiò, con lo sguardo perso e la testa alla sera precedente. Fu da quella posizione che si ritrovò ad osservare le scale che dall’ingresso portavano al piano di sopra. Beninteso, quelle scale le aveva sempre viste. Solo che sapeva come quella porta là in cima fosse sempre stata per lui irrilevante, in quanto chiusa a chiave. I colleghi dicevano vi fosse celata una vecchia stanza, bloccata anni fa quando da un appartamento si era deciso di ricavare l’ufficio, e che veniva usata come ripostiglio. Non era di sua competenza né interesse, insomma.

L’idea della stanza al piano di sopra, però, lo accompagnò per tutta la giornata. Non era un pensiero fisso, ma piuttosto latente, sotterraneo, nascosto sotto i calcoli di quel giorno lavorativo. E fu proprio mentre non ci pensava, che gli venne un’idea. L’ufficio era stato ricavato da un appartamento, ok, questo lo sapeva, ma solo in quel momento rifletté sul fatto che i volumi erano rimasti pressoché gli stessi, e quindi le murature e le porte interne erano quelle della vecchia casa. Era possibile che tutte le serrature interne rispondessero ad un'unica chiave? Era possibile, sì, e decise di provarci quella sera. No, non resistette così a lungo, era troppo eccitato dall’idea che quell’ambiente celato si potesse rivelare un’alcova migliore. Sfilò la chiave della stanza in cui lavorava e si diresse verso l’ingresso. Si guardò attorno a lungo, non avrebbe potuto giustificare in alcun modo la situazione di fronte ad un collega che l’avesse sorpreso. Corse leggero in cima alle scale, diede un ultimo sguardo all’ingresso, infilò la chiave e la girò. Premette la maniglia lentamente per non far rumore, e la spinse avanti di pochi centimetri. Non guardò all’interno della stanza, vi dico, gli bastò intravedere la luce calda e sentire l’odore tiepido e pulito, mi capite? Come la stanza degli ospiti in casa della nonna, ecco. Tanto gli bastò, chiuse e scese le scale che non stava nella pelle.

Quella sera niente lettino. Marisa glie ne chiese il motivo, e lui rispose che aveva in serbo una sorpresa. Aspettami qui, le disse indicando la poltrona dell’ingresso. Poco dopo, era di ritorno con la chiave. Salirono i gradini che portavano al piano di sopra, nel silenzio della notte li si sentiva scricchiolare. Giacomo infilò e girò la chiave, aprì la porta, e videro la camera per la prima volta assieme. La stanza in cima alle scale era tiepida e luminosa, erano anni che nessuno chiudeva quelle imposte. Le lasciarono così, aperte alla luce della luna primaverile. Era tutto proprio come lui si era immaginato. Un letto di foggia antica, al centro della stanza, con sopra una coperta pesante di un colore che non si usa più, e poi una sedia, un armadio e un comò intonati al letto. Solo poche cose accatastate vicino ad una parete. E nell’aria un odore di polvere, ma buono.

07 maggio 2006

Io sto bene



Ho vent’anni, e passo tutte le mie giornate chiuso in casa, senza far niente e aspettando chissà cosa. Non esco, non vado al cinema, non vedo gli amici, non vado a mangiarmi una pizza, non trovo una ragazza… Basta, questa non è una vita, non è possibile continuare così.

Devo uscire, vedere qualcuno, fare qualcosa, e soprattutto trovarmi una ragazza. Così esco, cammino per la strada e guardo in quale magnifica proposta della nostra società consumistica gettarmi. Per prima cosa vado a farmi fare un abito su misura. Io. Non l’ho mai fatto? E allora lo faccio! Posso dirgli come lo voglio, e me lo fanno proprio come desidero. Poi mi iscrivo ad una palestra. Non ho mai fatto palestra. Pompo gli attrezzi, pompo le macchine, pompo i muscoli. Le mie gambe corrono sempre più veloci sul rullo e diventano potenti, enormi! In breve tempo il mio fisico diventa quello di un atleta. E che atleta! Vengo notato da Gino, il proprietario della palestra, il quale mi propone di continuare ad allenarmi gratis, che tanto, grosso come sono, per lui sono una pubblicità ambulante. Fico! Mi alleno, e pure gratis! Ma per fortuna il mio fisico non viene notato solo da quello stronzo di Gino, ma pure da Helena, quella rossa che fa sempre ginnastica per i pettorali. Una volta si allenava solo il giovedì, ma ormai sarà un mese che viene in palestra tutti i giorni, solo per me. Basta, sono stufo di osservare il suo sguardo voglioso e le sue tette sempre più appuntite che mi pugnalano da lontano. Vado lì. Glie lo dico. Ci mettiamo assieme. Lei è una gran porca, e mi spompa come poche. È lei a dirmi che conosce un tizio che ha un cugino che conosce un altro tizio, che sì insomma c’è uno che fa il regista e cerca un body-builder per un film. Mi presento. Il provino non è difficile. Mi chiedono solo il nome. Vengo scelto subito. Nessuno può reggere il confronto con il mio fisico. Il film è una merda, ma dopo che è uscito vengo contattato da un altro regista e poi un altro, e poi un altro ancora. Giro un casino di film. Sono tutti delle merde. Ma chissene fotte. Ora sono ricco. Sono famoso, la mia faccia è sui manifesti di tutte le città. Lascio Helena. Ormai quella troia non mi serve più. Posso avere tutte le donne che voglio. Victoria, quella che vuol scopare solo in macchina. Mi fa acquistare un’auto dietro l’altra, e sempre più grosse. Rebecca, che sta con me solo per i soldi, è evidente, ma fa pompini come nessun’altra. E poi Mary, la tossica. O meglio: tossico lo divento anch’io, che tanto mi dice che non fa male. Col cazzo non fa male! Dopo sei mesi vengo ricoverato in ospedale. Guarisco, esco e mollo Mary. Dopo due mesi mi rimetto assieme a lei, e ricomincio a farmi. E sono di nuovo in ospedale. Esco, e questa volta sono disintossicato del tutto. Pago Mary perché se ne vada dalla mia vita. E la pago pure un sacco di soldi, perché ora mi racconta di avere un’altra famiglia in un’altra città da mantenere, e va bene tutto purché se ne vada. Sono disintossicato e libero, ma senza un centesimo. Per colpa di quella troia e di tutta la droga che mi ha fatto prendere sono ridotto sul lastrico. Sono io ad andare dal mio ultimo regista, e pregarlo di farmi girare un film. Accetta. Il film segna il mio grande ritorno. È un successo, ma i miei guadagni finiscono direttamente ai creditori, che finalmente mi lasciano in pace. Un altro film, un altro e un altro ancora. Sono di nuovo sulla cresta dell’onda. Ricco e famoso. È stata dura superare l’incubo della droga, ma ora sono tornato, e sono finalmente il più grande attore del mondo.

Eh sì, sarebbe bello, ma in realtà sono ancora qui. Chiuso nella mia casa, seduto sulla mia sedia a rotelle, a vivermi l’inchiodo.

30 aprile 2006

Treno



Nello scompartimento di quel vagone ferroviario c’eravamo io, lui seduto di fronte a me, e una scolaresca. Il rumore creato dai ragazzi sembrava non disturbarlo, immerso com’era nella lettura del volume che stringeva tra le mani. Quel libro era tenuto da lui in posizione perfettamente orizzontale, e ciò mi impediva il poterne leggere il titolo sulla copertina. L’uomo era assorto nella lettura, ma la sua capacità di concentrazione era infastidita dal vociare della scolaresca. Egli, che era sulla trentina e aveva un aspetto molto curato, tendeva infatti a ruotare il volume in posizione verticale a mano a mano il rumore provocato dagli studenti lo irritava. A seguito di questo lento movimento del libro, io riuscii piano piano a scorgere delle figure sulla copertina, che divenivano sempre più chiare ai miei occhi. Le sagome cominciarono a rivelarsi dei cactus in mezzo al deserto. Dopo alcuni minuti di lenta rotazione, il libro raggiunse la posizione verticale e io potei così leggerne il titolo: “Padre e missionario – La vita di padre Eusebio Chini”. Sapevo però che la posizione più comoda per la mia vista della copertina, corrispondeva al grado massimo di irritazione del lettore, il quale infatti un attimo dopo si alzò e cambiò scompartimento, o forse scese dal treno.

La ragazza stava seduta di fronte a me, ma dall’altra parte del corridoio che divide i sedili del vagone ferroviario. Teneva con una mano una piccola agenda, la Smemo, e con l’altra vi scriveva sopra utilizzando una penna. Ogni tanto lei, che viaggiava da sola, senza valigie ma con lo zainetto, alzava lo sguardo, ma non per guardarsi intorno bensì per riflettere. L’intensità con la quale era assorta nel suo intento, mi fece capire che la ragazza annotava sul diario pensieri, sensazioni ed emozioni. Null’altro avrebbe avuto bisogno di rendersi carta con la stessa urgenza.

23 aprile 2006

Autobus



Ero su di un autobus che percorreva le vie cittadine, seduto in fondo al mezzo e rivolto in senso contrario a quello di marcia. Di fronte a me si trovava un uomo, anche lui seduto, e la posizione dei due sedili era tale da obbligare i nostri sguardi ad essere puntati sugli occhi dell’altro.
L’uomo indossava vestiti dismessi e aveva l’aria di chi ha lavorato abbastanza nella vita, per conoscerla a fondo. I suoi occhi erano piccoli e neri come gli unti capelli che gli cadevano sulla fronte. Il suo volto di contadino sui sessant’anni trasudava soprattutto un’impressione che definirei serietà.
Un elemento era però in contrasto con tutto ciò: il brick di succo alla frutta che stava succhiando. Una scatoletta di cartone colorata, stretta tra le sue grosse mani, dalla quale attraverso la cannuccia un succo alla pesca veniva bevuto con una curiosa quanto da me inattesa avidità. Trovai strana questa unione di due mondi così distanti.

L’autobus su cui ero seduto collegava la città alla periferia. Stavamo percorrendo una strada statale, circondata da campagne e capannoni industriali, quando il mezzo cominciò a rallentare e si arrestò in corrispondenza di una fermata.
Avevo scorto tre figure che attendevano l’arrivo dell’autobus, mentre questo stava rallentando, ma solo ora che salivano sul mezzo, dalla porta a fianco a me, potevo ed ero spinto ad osservarli. La prima figura a colpirmi fu quella che anticipò le altre salendo sull’autobus, quella di un cane lupo a cui mancava la zampa anteriore sinistra. Mi sembrava così strano che quel cane si comportasse e si muovesse senza problemi, con la stessa andatura di un qualsiasi cane, al punto che cercai a lungo con lo sguardo la zampa mancante. Non so come mai, ma mi stupì anche il fatto che avesse la stessa espressione di un cane qualunque, sebbene, attraverso la museruola, il suo muso rivelasse tristezza. Non potei fare a meno di collegare questa tristezza dell’animale alla mancanza della zampa.
Il mezzo ripartì. Il cane si sedette davanti ad un posto a sedere vuoto, a forse mezzo metro da me. Con lui era salito il suo padrone, il quale lo accarezzò dolcemente sulle scapole e il bravo animale si sdraiò, appoggiando il muso sull’unica zampa anteriore. L’uomo si voltò verso la terza figura salita con loro, il figlioletto che avrà avuto cinque anni, e gli disse: “Stai qui con Buck, io vado a parlare con l’autista.”
Il bambino avanzò fino ad afferrare un paletto, vi si tirò vicino e muovendo i suoi piccoli piedi in piccoli passi, cercando di non pestare le zampe o la coda del cane, si sedette nel posto più vicino all’animale. Ora che lo avevo di fronte, potevo osservare anche il bambino. Aveva lo stesso volto ed espressione di tutti i bambini. Mi venne da pensare che ora non trovasse strano quel suo cane, data la giovane età, ma forse fra qualche anno avrebbe pensato, sentendolo insolito “Ho avuto un cane senza una zampa”.
Alzai lo sguardo verso suo padre che parlava con l’autista del mezzo. Parlarono abbastanza a lungo per quello che reputavo si potessero dire, e ogni tanto mi giungeva qualche parola del loro discorso. Dopo un po’ l’uomo si voltò con un’espressione dispiaciuta e avanzò verso il bambino e il cane, che lo stavano aspettando con impazienza.
Venendo l’uomo anche nella mia direzione, potei così notare che doveva avere circa trentacinque anni, era magro, scarno, capelli e un paio di baffi scuri. Aveva la pelle leggermente olivastra, gli abiti e l’aspetto trasandati. Indossava un paio di pantaloni marroni e una camicia beige con sopra un gilet pure marrone.
L’uomo disse al bambino: “L’autista ha detto che dobbiamo scendere, non possiamo star qui.” Solo allora notai che l’uomo aveva sulla fronte, in mezzo agli occhi, un puntino blu: la tikka, il più tipico segno di appartenenza all’induismo. L’autista arrestò il mezzo alla successiva fermata, aprì le porte e la “famigliola” si ritrovò lungo il bordo di una strada statale. L’uomo disse: “L’avevo detto che ce la saremmo fatta a piedi.”, il bambino si lamentò e il padre gli rispose: “Dai, non siamo mica su di un’autostrada.”

Mi trovavo su di un autobus che attraversava la città, ed ero in fondo al mezzo e in piedi. A poche decine di centimetri da me si trovava lui, anch’egli in piedi, ed eravamo uno di fronte all’altro.
L’autobus era talmente affollato a quell’ora, che potevamo stare in una posizione sola per tutto il percorso: io a guardare negli occhi lui, ed egli ad osservare il mio sguardo nel suo. Per non percorrere tutto il tragitto osservandoci in quella maniera maleducata quanto forzata, abbassai il mio sguardo quando per me lui era ancora una sagoma senza caratteristiche.
Con gli occhi bassi osservavo così le sue scarpe, ma il mio sguardo era irresistibilmente spinto ad alzarsi per osservare la persona che avevo di fronte nella sua interezza, come se a livello inconscio trovassi in lui qualcosa che catturava la mia attenzione. Partendo dalle sue scarpe cominciai così a squadrarlo e, mano a mano che alzavo il mio campo visivo, trovavo in lui qualcosa che non definirei familiare, ma piuttosto come noto. La sua pancia era grande, rotonda e rassicurante, ma quello che più mi colpì fu l’ultima cosa che osservai di lui. Il suo volto era non rotondo ma paffuto, il viso di un uomo abbastanza anziano ma non da sentire i suoi anni come un peso. Un volto bianco ma rosso sulle gote, e lucido in maniera incredibile, al punto di sembrarmi di cera, incorniciato da una folta e ben tenuta barba bianca. Un viso straordinario, sembrava proprio lui.
Il mio sguardo era ora innegabilmente puntato sul suo volto, da non sapevo più quanto tempo. Lui mi sorrise bonariamente, e mi guardò con i lucidi occhi castani. Si era accorto che lo avevo riconosciuto. A quel punto ero proprio sicuro, era lui: era Babbo Natale.

16 aprile 2006

I salvastorie



Primo giorno di scuola. Ernesto cammina lungo i corridoi di un istituto elementare e pensa: “Perché avranno scelto proprio me per insegnare qui?! Io odio i bambini!”
Poi entra in aula, si siede dietro la cattedra e sbotta: “Sentite, marmocchi: io non ho voglia di insegnare e immagino voi non ne abbiate di imparare. Adesso io prendo uno stramaledetto libro di fiabe, ve lo leggo, e voi ve ne state zitti, chiaro?”
In quel momento entra il bidello, appoggia un vecchio e grosso libro sul tavolo e dice: “Mi scusi se ci ho messo tanto, professore, ma libri di fiabe in questa scuola non ne abbiamo normalmente. Questo l’ho trovato per caso nascosto sotto una libreria, in archivio.”
“Va bene, va bene… ma ora se ne vada!”
Ernesto apre il libro dicendo: “Ma quanta polvere c’è su questo dannato libro…”
Aprendo il volume a metà, da una nuvola di polvere esce un ometto minuscolo, un folletto, che dice all’uomo: “Omaggi a lei, prode cavaliere, che ha risvegliato me medesimo, il folletto Smeraldino, dal sonno secolare. E’ giunto il momento di andare a salvare il mondo delle fiabe!”
Appena dette queste parole la nuvola di polvere riappare e trascina Ernesto e il folletto in un vortice magico all’interno del libro. Mentre ancora precipitano nel vortice, l’uomo grida: “Ma che c@##o succede!?”
Smeraldino gli risponde: “Non è fine per un cavaliere del suo rango esprimersi in cotal guisa!”
“Ma io non sono un cavaliere!”
“Non è possibile, l’incantesimo parlava chiaro: sarei rimasto chiuso all’interno del libro finché un cavaliere non mi avesse liberato, e poi io l’avrei condotto a salvare il mondo delle fiabe!”

Al termine del vortice, Ernesto e il folletto si ritrovano in un salone, all’interno di un castello. Vicino a loro c’è uno specchio strano e molto grande.
“Dove diamine siamo?” urla l’uomo
“Siamo arrivati nella fiaba di Biancaneve, la conosci?”
“Sì, è quella della tizia che perde una scarpa.”
“Ma no: è quella della “tizia” che fugge dal castello perché la matrigna la vuole uccidere, e si rifugia dai sette nani. Poi arriva la matrigna travestita da vecchina, le fa mordere una mela avvelenata e lei cade addormentata finché non viene il principe a risvegliarla con un bacio.”
“Allora il mio lavoro è facile: bacio la tipa e me ne torno a casa.”
“Hemm… non è così semplice: guardati allo specchio!”
Ernesto guarda nello specchio, e vede riflessa una ragazza.
Il folletto sospira: “Tu sei Biancaneve!”
“Aargh! Tirami fuori da questa situazione!”
“Sei tu che devi uscirne, e per prima cosa devi fare la domanda allo specchio: la sai?”
“Sì, è… specchio specchio delle mie rane…”
“ ‘Brame’, ignorante!”
“E che vuol dire?!”
“Vai avanti!”
“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
Lo specchio risponde: “Splendente come il sole, candida come la neve, la più bella è senza dubbio Biancaneve!”
Smeraldino si allarma: “Atch, come temevo: fra poco la matrigna vorrà ucciderti!”
Allora l’uomo esclama: “E che c@##o! Sono appena arrivato e già mi vogliono far fuori! … Senti un po’, prima che la pazienza perda, cambierai idea brutto specchio di m&§>@?”
Lo specchio risponde: “Ti dico che non sbaglio, perché ho buona vista. Ma tu invece, parli peggio d’un camionista!”
Al che Ernesto aggiunge: “Ascolta brutto specchio, prima ch’io diventi pazzo: vuoi piantarla di rompermi il…”
Smeraldino lo interrompe gridando: “Andiamo, non hai tempo da perdere!” e lo trascina via.
La loro fuga dura però poco. Immediatamente gli si para di fronte il boscaiolo, il quale dice ad Ernesto: “Ho ricevuto ordine dalla matrigna di portarti nel bosco.”

Poco dopo i tre sono nel bosco. Il folletto parla sottovoce nell’orecchio di Ernesto: “Ascoltami: fra poco vi fermerete e lui ti ucciderà. Devi fare qualcosa!”
“Fermiamoci qui.” dice il boscaiolo
“Troppo tardi!” esclama Smeraldino.
Ernesto domanda al folletto: “Che cosa posso fare per convincerlo?”
“Beh, tu sei una ragazza giovane e carina, mentre lui è un omaccione di bocca buona… inventati qualcosa!”
“Ho capito.”
Smeraldino si volta dicendo: “Non voglio guardare!”
Poco dopo Ernesto batte due colpetti su una spalla del folletto: “Tutto a posto!”
Smeraldino si volta incredulo, domandando: “Già fatto?” Quando si è voltato del tutto, vede che il boscaiolo è stato tramortito con una randellata in testa.

Poco dopo, camminando nel bosco, i due trovano la casa dei sette nani. Il folletto domanda: “Bene, ora che abbiamo trovato la casa dei nani, lo sai cosa devi fare?”
“Certo: li schiavizzerò, li farò lavorare per me e combattere contro la matrigna!”
“No: sarai tu a fare tutti i lavori domestici per loro.”
“#£%$!”
“Coraggio, manca solo un giorno alla fine della storia. E modera il tuo linguaggio, fanciulla! Hi hi hi!”

Il giorno dopo, Ernesto/Biancaneve sta spazzando il pavimento della casetta dei nani. È già stufo di questo lavoro; sta esclamando “#£!” e “%$!” quando sente suonare il campanello.
L’uomo apre la porta e si ritrova davanti la vecchina con il cestino di mele, che le dice: “Sono una povera vecch…” al che Ernesto la interrompe dicendo: “Oh, finalmente sei arrivata! Non ne potevo più di questa vita di m&§>@ a fare le pulizie!” Poi le strappa la mela di mano, dicendo: “Ora posso morire in santa pace!” e le dà un morso (alla mela, non alla vecchina).
Poi dice, stupito: “Ma non è una Melinda! E poi: perché non sono morto?!”
Smeraldino risponde: “Il poco veleno contenuto nella mela può fare effetto su di una fanciulla delicata come Biancaneve, ma non su di te. Fai comunque finta di morire!”
Ernesto comincia a picchiare la vecchina gridando: “Brutta vecchiaccia! Perché non sono morto!”
“FAI FINTA DI MORIRE!” gli urla il folletto.
L’uomo si contorce in tre spasmi assurdi e poi cade a terra.
Smeraldino prosegue: “Bene, ora non ci resta che aspettare il principe… eccolo, è già qui!”
Ernesto dice, sottovoce, al folletto: “Ma io non voglio baciarlo!”
“Solo quando ti bacerà la storia sarà conclusa, e tu potrai abbandonare questa fiaba!”
“Sì, ma che schifo!”
Il principe bacia Ernesto, e subito dopo i nostri eroi vengono trascinati via dal vortice magico.

Qualche istante magico più tardi, i due si ritrovano in una stanza di una casa povera. Quando Ernesto ha finito di sputare, dice a Smeraldino: “Ma questa non è casa mia!”
Il folletto risponde solo: “Hemm…” guardando l’ombra dell’uomo sul muro: ha la sagoma di Pinocchio!
Ernesto grida: “#@£$%&!”

FINE

09 aprile 2006

Un fatto inspiegabile



In ogni tempo gli uomini hanno sempre finto la presenza concreta sulla Terra di spiriti dell’oltretomba. Questo per un bisogno di esorcizzare la morte, per renderla più vicina e quindi meno paurosa anche durante la vita. Ogni civiltà umana ha cercato di perseguire questo scopo con il massimo della cultura e della tecnologia disponibile. A questo servivano, nell’antico Egitto, gli dei del regno dei morti rappresentati sulle pareti interne delle piramidi. Per questo stesso scopo, nel medioevo i fantasmi venivano interpretati da uomini coperti da un lenzuolo o da una fitta bendatura. Successivamente, nel diciannovesimo secolo, durante le sedute spiritiche un medium poteva fingere il contatto con l’aldilà, facendo parlare i defunti attraverso di sé. Tutte manifestazioni spiegabili, dunque, e nulla di realmente ultraterreno.
C’è però un fatto, ambientato alla fine dell’Ottocento, che risulta ancora incomprensibile.

John Whiteman era un baronetto inglese che, per diletto, usava smascherare medium e impostori dell’occulto. Egli non lo faceva tuttavia perché convinto che gli spiriti non esistessero, ma anzi, al contrario, proprio perché sicuro della loro realtà non riusciva a sopportare i ciarlatani che speculavano su di loro. Il suo impegno lo portava a frequentare i salotti bene di Londra, dove sapeva si sarebbero svolte manifestazioni esoteriche, per smascherare i falsi medium.

Fu proprio il suo singolare passatempo a far sì che John Whiteman si trovasse, una sera all’imbrunire, a partecipare ad una seduta spiritica. Il rito era stato organizzato da alcuni uomini appartenenti alla nobiltà londinese, accompagnati dalle relative consorti. La riunione era presieduta da un certo Jack Dupin nel salotto della sua villa poco fuori la City. La stanza, che ad una prima occhiata appariva arredata normalmente, in realtà era stata attentamente studiata in modo che tutto, dagli antichi mobili alle tende porpora, avesse reso più lugubre la scena non appena si fosse lasciata accesa solo una candela, al centro del tavolo rotondo che serviva per la seduta, in mezzo alla sala. “Chissà quante farse organizza il ciarlatano in questa stanza.” pensava John Whiteman.
Il medium con alcune ridicole formule diede inizio al rito, e mentre gli altri le ascoltavano rapiti, Whiteman osservava quel grasso uomo prenderli in giro, nutrito in abbondanza dai soldi che così rubava agli sprovveduti. Sudava Jack Dupin, e il madore scivolava dalla sua fronte coperta dagli unti capelli neri fino a sotto le guance, sanguigne per il troppo alcol.
Erano alcune sere che John lo osservava bere vino fino a che non era ubriaco, alla locanda del Gallo Rosso, vicino al porto, da quando lo stava tenendo d’occhio. Era da molto che si preparava a smascherarlo.
Il medium sudava forse perché aveva riconosciuto in Whiteman l’uomo della locanda, o forse perché si era accorto del suo sguardo osservatore fisso su di lui, e non sui trucchi paraesoterici con teschi e simboli magici che stava eseguendo, e che tenevano incollati gli occhi degli altri. D’altronde John conosceva a memoria quei giochi che tutti i medium eseguivano prima della seduta vera e propria.
Dupin interruppe la litania annunciando che stava per cominciare la parte più importante del rituale, e dopo i soliti colpi battuti e le banali porte e finestre fatte sbattere da un complice nascosto, egli si mise a chiamare gli spiriti suggeriti dalle dame e ad imitarne le voci, fingendo risposte alle richieste dei presenti. Whiteman poteva smascherarlo subito con qualche abile domanda, ma preferiva tacere e aspettare, per fare in modo che l’indignazione dei presenti fosse maggiore, ma anche per vedere fino a che punto si sarebbe spinto il medium.
Dupin, dopo aver finto di far parlare personaggi famosi e alcuni antenati dei presenti, sui quali si era documentato dal momento in cui era stato fissato l’appuntamento fino a qualche ora prima della seduta, chiese con quale spirito i presenti volessero parlare per ultimo. John tolse la parola a tutti rispondendo subito “Un uomo qualunque!” Il medium rimase sorpreso da una simile repentina richiesta, e in silenzio per un istante. Quell’attesa fu interrotta da una voce che tuonò profonda: “Sono qui, e sono un uomo qualunque.” In quel momento apparve sopra la tavola, sospesa in aria, la figura di un uomo appena visibile e dai riflessi azzurrognoli. Il volto dello spirito era tumefatto, la testa reclinata in una insolita posizione, e il corpo ricoperto da un lungo e ampio vestito, fatto della sua stessa materia. Anche John Whiteman si spaventò: non aveva mai visto un’apparizione tanto reale. Lo spirito proseguì: “Sono Edward Ambaren e fino a qualche tempo fa, quando ero ancora in vita, ero un famoso produttore di seta. Immagino vorrete conoscere la mia storia. Dunque… mia moglie si chiamava Mary Hogson, figlia di un apicoltore della contea di Kent. Quell’uomo mi odiava, e pochi giorni dopo che Mary lo ebbe avvisato del nostro imminente matrimonio, il signor Hogson morì improvvisamente prima di poter fare l’ultimo discorso alla figlia, per cercare di distoglierla dal suo intento.
La prima notte di nozze, in cui avventatamente avevo passato poco meno di un’ora a festeggiare in una locanda con alcuni amici, quelli che Mary non sopportava, tornai a casa e la trovai incredibilmente pallida. Davanti ad una tazza di tè mi spiegò che lo spirito di suo padre le era apparso in casa, dicendole che se ormai non poteva nulla contro il nostro matrimonio, era però in grado di porre una condizione: Mary sarebbe dovuta rimanere vergine, e l’uomo aveva promesso vendetta se non fosse stato accontentato. Mary mi chiese di rispettare il volere del padre e io le risposi di sì, che l’avrei fatto. A dire il vero dissi così senza dare troppo peso alla cosa, solo per rincuorarla.
La nostra vita tornò a scorrere tranquilla, ma non ci dimenticammo mai di quel fatto. Rispettare il volere di Mary non fu poi così difficile, anche perché il lavoro mi teneva più tempo lontano da casa che non in famiglia, e potevo sfogare altrove i miei desideri. Passarono così degli anni senza che vi fosse problema alcuno.
Il dramma cominciò una notte. Io tornai a casa ubriaco, dopo che ero stato con gli amici in una locanda poco distante da casa. Una volta entrato vidi mia moglie già nel letto, e le saltai addosso. Lei si svegliò urlando e – cosa mi fece fare l’oblio dato dall’alcol! – le strappai le vesti che indossava. Lei gridò: “Fermo, ricordati della promessa allo spirito di mio padre!” e io le risposi che non me ne importava, perché non ci poteva più fare niente, quando un tenebroso “E così osi sfidare il mio spirito?” squarciò la notte e mi fece alzare lo sguardo. Davanti a me si trovava la figura di mio suocero, parvenza evanescente ma indissolubile, esattamente come Mary lo aveva descritto anni prima. “Non ti importa di me, eh? – proseguì lo spettro – Imparerai cosa succede a non rispettare uno spirito! Ti manderò contro l’unica compagnia e mia passione in vita, dopo mia figlia: le mie api, ancora sulla Terra.” Detto questo, la presenza scomparve.
Io rimasi dieci minuti nel terrore più completo. Quando stavo iniziando a calmarmi, e a pensare che forse si trattava solo di un’allucinazione causata dall’alcol e dalla contingenza, i miei orecchi si accorsero di uno strano ronzio, sempre più insistente. D’un tratto vidi un enorme sciame di api entrare dalla finestra. Io, disperato, urlai. Gli insetti mi furono addosso, cercai di fuggire ma questi mi oscurarono la vista e nella mia corsa impazzita io caddi sul pavimento. Mi contorsi molte volte, rapidamente, ma venni punto sempre di più. Il dolore era insopportabile. Mi misi a rotolare sul pavimento cercando di schiacciarle con il mio corpo e così io uscii dalla stanza giungendo sul corridoio. Continuai a rotolare senza capire dove mi trovassi finché scivolai giù dalle scale che conducevano in cantina. La mia tremenda corsa si arrestò solo quando sbattei contro la porta dello scantinato. Cadendo mi si era fratturata la spina dorsale; sentii le api pungermi, ma non potei fare niente, non potevo più muovermi per cacciarle o almeno allentare il dolore. Morii dopo un’ora di atroci sofferenze. Fu così che imparai a rispettare gli spiriti, e ora – disse rivolto al medium – lo capirai anche tu! Ho riservato per te la stessa sorte cui mio suocero mi ha condannato: verrai divorato dai miei bachi da seta!”
Dupin era così impietrito, che non si accorse degli insetti che avevano ormai coperto tutto il suo corpo. Solo quando questi cominciarono a morderlo, egli si mise ad urlare. Il medium cercò di togliersi di dosso i bachi, ma questi erano troppi, e già si stavano scavando a morsi dolorose gallerie sotto la sua pelle. L’uomo si percuoteva e si dimenava fino a cadere dalla sedia; le dame svenivano al vedere tale terrificante scena. Dupin si graffiava il corpo e il volto isterico, ma ormai era impossibile togliere i voraci insetti. La pelle del medium sanguinava ovunque, e mano a mano l’uomo stava smagrendo. Pochi momenti dopo egli era ridotto ad una pelle insanguinata appoggiata allo scheletro. Quando i bachi raggiunsero gli organi vitali, Dupin morì, sputando sangue in un ultimo profondo rantolo. Dopo qualche minuto gli insetti abbandonarono quel che restava del medium, lasciandone solo lo scheletro sul pavimento, sotto lo sguardo impietrito dei presenti.


FINE

01 aprile 2006

Smashing darkspirit



È sera in una città come tante, e il sole tramonta dietro la facciata di un liceo, rendendolo ancora più grigio. Suona la campanella: anche per oggi questa assurda porzione di vita è finita, e gli studenti escono dalle aule per andare a concludere la vuota giornata nelle loro grigie abitazioni suburbane.
Tra i ragazzi che camminano lungo il corridoio che porta all’uscita c’è una coppia di diciassettenni che si differenzia dalle altre a colpo d’occhio: Sean e Vera. Lui è vestito completamente di nero, con indumenti non particolarmente ricercati o costosi: un paio di pantaloni, una maglietta e una camicia aperta spiovente verso il basso, ma comunque corvini come i suoi capelli. Anche i capelli di lei sono neri, o almeno questo si può dire con certezza solo per i ciuffi che sporgono fuori dal berretto, di lana come la maglia; il suo abbigliamento proletario è marrone e dismesso, e potrebbe essere definito “grunge” se non fosse così realmente povero.
I due parlano tra di loro.
“Vera, non discuto l’irraggiungibile bellezza di ‘Adore’ e di ‘Machina’, ma la migliore formazione degli Smashing Pumpkins è senza dubbio quella di ‘Mellon Collie’.”
“D’accordo, ma vuoi mettere?”
Appoggiati ad una parete del corridoio alcuni ragazzi, capelli lunghi e vestiti in pelle borchiata, parlano tra di loro. Sono quelli che i professori definiscono “cattivi soggetti, futuri criminali di periferia”. Quando Sean e Vera gli passano davanti, uno di loro, evidentemente il capo, stacca la ragazza che aveva avvinghiata al corpo e alla bocca e apostrofa i due ragazzi.
“Hey gente, guardate chi passa: il becchino e la sua ragazza!”
“Ascolta: innanzi tutto lei non è la mia ragazza, e comunque non sono affari tuoi.” – è la risposta di Sean, ma Iro lo prende per il bavero della camicia, lo solleva da terra e lo sbatte con violenza contro la parete dicendogli: “Cos’hai detto, figlio di troia?”
Interviene la sua ragazza, Zora, a fermarlo: “Lascialo stare, Iro: non lo vedi che è un povero stupido?”
Iro scaglia con violenza Sean sul pavimento dicendogli: “Cerca di non rompermi più i coglioni, hai capito?”
Vera lo aiuta a risollevarsi e, mentre si allontanano lungo il corridoio, gli dice: “Sean, lo sai che non devi metterti contro quel decerebrato o finisci contro il pavimento.”
“Lo so, ma un giorno la pagherà, pagherà per tutto quello che ci ha fatto in questi anni.”
“Sì, sì, tu sogna pure ad occhi aperti! È meglio che ora te ne vai a casa. Ciao!”
“Ciao.”
Fuori dal cancello della scuola i due ragazzi prendono direzioni differenti.

Poco dopo Sean è davanti all’ingresso di casa: infila e gira la chiave nella serratura, apre la porta e si trova di fronte sua madre, in lacrime, che gli dice solamente: “Vieni.”
Il ragazzo segue la madre fino all’ingresso della camera in cui dormono di solito lui e il nonno; entrambi guardano all’interno della buia stanza, ma solo Sean entra. Il ragazzo si siede sulla seggiola posta vicino al letto dell’anziano e china la testa su di lui. Il nonno, evidentemente sofferente, gli si rivolge parlando con un filo di voce.
“Sean, finalmente sei arrivato. Ho tanto pregato il Signore che mi consentisse di rimanere in vita ancora un po’, finché tu non fossi tornato a casa.”
Sean riesce solo a dire: “Nonno…”
“Ragazzo, prima che la morte mi porti via c’è una cosa che devi sapere: un segreto che la nostra famiglia si porta dietro da generazioni. Saresti ben troppo giovane per venirne a conoscenza, ma la morte mi vuole adesso, non c’è più tempo per aspettare. Ogni membro della nostra famiglia può creare un proprio esercito di spiriti pronti ad intervenire in suo aiuto per difenderlo, semplicemente chiamandoli, e anche tu puoi avere il tuo. Basta crederci.”
“Il mio…esercito di spiriti? E chi sarebbero?”
“Nessuno oltre a te può saperlo, solo tu puoi scegliere i tuoi uomini fidati.”
“Ma…e la mamma?”
“Tua madre non sa nulla di questa cosa: le donne tramandano questo potere ai figli senza poterlo usare, perché funziona solo con gli uomini. Ahh!”
“Nonno!”
“Ascolta, Sean: ricordati che se usato male, questo potere può essere pericoloso. Cerca di non usarlo ancora per alcuni anni, finché non sarai pronto. Ora sei troppo giovane per capire: potresti lasciarti trascinare dalla rabbia e non riuscire più a controllarlo.”

Il pomeriggio seguente Sean, al funerale del nonno, non riesce a trattenere le lacrime.

Quella sera il ragazzo è nella sua camera, seduto sul suo letto. La fioca luce diffusa da una piccola lampada basta per mostrare come le pareti della stanza siano tappezzate da poster degli Smashing Pumpkins. Sean sta ripensando alle parole del nonno: “Puoi creare il tuo esercito di spiriti semplicemente chiamandoli… solo tu puoi scegliere i tuoi uomini fidati.” Mentre pensa a questo, Sean guarda fisso un poster davanti a sé.

Qualche giorno dopo Sean, durante la ricreazione, è nel cortile della scuola, seduto sui gradini dell’ingresso, con lo sguardo triste. Guarda una ragazza molto bella che si trova a diversi metri da lui e che scherza con dei ragazzi. Vera gli si siede accanto e gli domanda: “Ma anche in lutto pensi a quella lì?! Che poi, oltre al fatto che non ti ha mai degnato di uno sguardo, è anche un concentrato di stupidità quella ragazza.”
Sean assume un’espressione arrabbiata, ma si alza senza dire una parola e si dirige verso la ragazza. Quando le è vicino, lei lo apostrofa chiedendogli: “Hey, ma tu sei sempre in lutto? Che palle, oh! Ma cambiati d’abito una volta!”
Lui assume un’espressione ancora più arrabbiata e si allontana in silenzio.

Quella sera, mentre Sean sta tornando a casa chiuso nei suoi pensieri e guardando verso il basso, percorrendo un vicolo buio si trova la strada sbarrata da un paio di stivalacci e da una voce che gli dice: “Hey, amico.”
Sean alza lo sguardo e vede che di fronte a lui c’è un balordo che gli chiede: “Dammi qualcosa, dai… un po’ di moneta.”
Il ragazzo risponde: “No… non ho niente.”
E il balordo, mettendogli le mani sui pantaloni: “Come non hai niente…”
Sean esclama: “Hey!” ma l’uomo gli ha già estratto il portafoglio dalla tasca e dice: “Qui c’è qualcosa…”
Il ragazzo si getta sul portafogli gridando: “Ridammelo!” ma il balordo lo scaraventa a terra.
Sean grida, mentre l’uomo si volta a contare i soldi che sta rubando alla sua occasionale vittima.
Il ragazzo si rialza. È furioso, e digrigna i denti come fosse un lupo. Al suo fianco cominciano ad apparire cinque sagome che sembrano fatte di fumo e che si compongono dal basso verso l’alto. Quando le figure si sono rese concrete, Sean le guarda con stupore: sono gli Smashing Pumpkins.
Sean grida: “Hey, tu!” e il balordo si gira; vedendo quelle strane figure vicino a Sean, dice: “E voi chi cazzo siete?” ma la risposta che ottiene è quella di essere colpito da una scarica di pugni da tutti e sei. Per finire l’opera, D’Arcy sfregia il volto dell’uomo con le sue unghie lunghe e affilate.
Sean si guarda intorno, non sicuro di quello che è successo. Si volta, non vede più gli Smashing Pumpkins, e si domanda: “Dove sono andati…ma allora…”
Si gira nuovamente verso l’uomo e lo trova orrendamente sfigurato, dice: “No… è successo veramente…” e poi corre a casa.
Seduto sul suo letto, stringendosi al petto le gambe tra cui tiene la testa in posizione fetale, Sean pensa: “Il nonno me l’aveva detto che non ero ancora pronto per il mio potere… non devo usarlo mai più… mai più.

Il mattino dopo Sean, ancora assonnato, percorre la stessa strada di ogni giorno per andare a scuola. Non pensa a quello che è successo la sera prima, lo considera come uno di quei sogni che al mattino bisogna dimenticare, perché sono solo fantasie che ci possono distogliere dalla realtà. È soltanto quando passa in quel preciso punto, che ora vede transennato dalla polizia, che si ricorda ogni cosa. “Ieri sera… ho ucciso un uomo.” è il pensiero che gli trafigge la mente, veloce come un lampo e freddo come la morte. Sean passa oltre, cercando di fare finta di niente, ma non riesce a fare a meno di osservare il cadavere dell’uomo, proprio come l’aveva lasciato, e i poliziotti attorno che eseguono i rilievi, come moscerini attorno ad un frutto che puzza già di marcio.

Una volta in classe, Sean si perde nei suoi pensieri. Non ha voglia di seguire la stupida lezione di anatomia che quell’odioso del professor Dork sta tenendo, ma anche se l’avesse non vi riuscirebbe, perché sconvolto da quello che ha fatto. È Vera, sua compagna di banco, a risvegliarlo dai suoi pensieri domandandogli: “Sean, che hai?” Lui risponde: “Niente.” ma il professore li sente e li apostrofa: “Voi due! Non solo non seguite la mia lezione, ma avete anche il coraggio di disturbare. Ma bravi! Continuate così, eh!”
Cosciente del rimprovero subito, ma desiderosa di aiutare Sean, qualche minuto dopo Vera torna a domandargli sottovoce: “Sei strano oggi, dimmi cos’hai.” al che lui risponde seccato: “Non ho niente, e ora lasciami in pace!” si alza in piedi e dice al professore: “Io devo uscire.”
Il professor Dork ribatte: “Ah, è così? È tutto l’anno che non segui, ti permetti di disturbare le lezioni e ora vuoi pure andartene? Ma prego, tanto qui io parlo per i muri! Credi di essere furbo, eh? Ma vedremo alla fine dell’anno chi è il più furbo!” Mentre esce dall’aula Sean è impermeabile agli insulti del professore: sono anni che li sente e in più oggi ha proprio la testa altrove.
Una volta in corridoio, Sean si dirige verso il bagno. Entrato nei servizi, vi trova Iro, appoggiato con il sedere ad un lavandino, che sta fumando. Quando questo lo vede lo apostrofa: “Anche qui vieni a rompermi le palle, becchino? Vai a giocare con quella troia della tua amica e non scassarmi il cazzo!” Sentendo queste parole, la rabbia che Sean ha accumulato fino ad ora esplode tutta assieme. Alle sue spalle cominciano a materializzarsi gli Smashing Pumpkins. Iro, stupito, gli domanda: “E voi chi siete?” al che Billy Corgan gli si avvicina, gli afferra la testa con una mano e gli risponde: “Siamo l’inizio della tua fine!”
Poco dopo Sean esce dal bagno e si dirige verso la sua aula. Sta premendo la maniglia della porta quando sente un urlo provenire dai servizi: un ragazzo è entrato e vi ha trovato il corpo di Iro, sdraiato per terra e con il volto orribilmente sfigurato appoggiato sulla tazza di un water, in un lago di sangue.

Il giorno dopo, a scuola, Sean passa con Vera davanti alla porta del bagno: è aperta, ma l’ingresso è stato transennato dalla polizia che ha già eseguito i primi rilievi. Lì vicino si trova il professor Dork, che sta guardando all’interno dei servizi già da un po’. Il ragazzo non sa esattamente cosa pensare, ma è conscio del fatto che deve allontanare da lui ogni possibile sospetto; quindi dice a Vera, guardando la macchia di sangue che ancora tinge di rosso le piastrelle davanti al lavandino: “Che morte orribile, chissà chi sarà stato.” Sentendo queste parole, il professore lo apostrofa: “Ah, ma tu parli anche? E come mai durante le interrogazioni non ho mai il piacere di sentire la tua voce?” Sean risponde: “No… ma io pensavo che…” al che Dork infierisce ulteriormente: “Ah! E addirittura tu pensi? Guarda, me ne vado perché non posso sopportare oltre la tua presenza!” e si dirige verso l’aula insegnanti. Il ragazzo aspetta qualche istante, poi segue il professore. Vera lo guarda preoccupata. È nell’istante in cui Sean attraversa la soglia della stanza, che al suo fianco appare il suo esercito. Vedendoli entrare Dork, che sta fumando una sigaretta mentre legge il giornale, si volta e urla: “Che cazzo volete ora?!” Sean gli si avvicina, lo guarda fisso negli occhi e gli dice: “La morte non dà risposte.”
Poco dopo, un altro grido squarcia il silenzio della scuola, quando un insegnante entra nella sala professori e vi trova il corpo di Dork, sdraiato sul grande tavolo al centro della stanza, orribilmente quanto con precisione sezionato. Ogni muscolo è stato separato dagli altri e deposto a parte sul tavolo, ogni organo interno estratto dal corpo e messo in ordine a fianco di questo, il tutto in un lago di sangue. Nessuno ha idea di chi possa aver fatto questo massacro.

Durante la ricreazione, Sean è seduto sul solito gradino e guarda la bella Ava, che se ne sta sempre qualche metro più in là a scherzare con gli altri ragazzi e non con lui. Sean pensa: “Mi hai sempre rifiutato, ma ora sono forte, invincibile e pericoloso: non oserai dirmi di no.” quindi si alza e si dirige verso di lei. Quando le è davanti le dice perentorio: “Ava, questa sera vieni con me.” al che la ragazza risponde: “Ma stai scherzando? Ti pare che io posso uscire con uno insignificante e funereo come te? Io voglio uscire con uno…uno come Mark! È bello, atletico, simpatico e pieno di personalità, non come te.” indicando un ragazzo che passa poco più in là in quel momento. Sean si allontana mormorando a denti stretti: “Assaporerai la mia vendetta quanto prima!”

Quella sera, Ava si trova da sola nel piccolo e buio cortile sul retro del liceo. Apre un foglietto che teneva piegato con cura in una tasca del vestito e lo rilegge, tra sé e sé: “Ti aspetto questa sera, alla fine delle lezioni, nel cortile sul retro della scuola. Mark.” e poi pensa: “Chissà come mai non si è ancora fatto vedere…eccolo!” scorgendo una figura che si avvicina. Ma quando questa le è più vicina, lei la riconosce e la apostrofa: “Sean, non dirmi che sei stato tu a farmi questo scherzo e che Mark non verrà, perché se no sei veramente stronzo, eh?” Ma Sean non ha intenzione di starla ad ascoltare, la sua rabbia è già alle stelle: al suo fianco cominciano ad apparire le ombre del suo esercito di vendetta. Billy Corgan avanza verso la ragazza, le afferra il volto con una mano, in una strana carezza dolce ma dolorosa allo stesso tempo, e le dice: “It’s you that I adore, you will always be my whore.” Il volto di Corgan si trasforma in quello di Sean, che prosegue dicendole: “You’ll be a mother to my child and a child to my heart.” Da questo momento i volti di Sean e di Billy Corgan continuano ad alternarsi sullo stesso corpo. Egli la sbatte sul terreno con una manata dicendole: “We must never be apart! We must never be apart!” Comincia a strapparle i vestiti dicendo: “Lovely girl you’re the beauty in my world, without you there aren’t reasons left to find.” e infine la violenta continuando a recitare: “And I’ll pull your crooked teeth, you’ll be perfect just like me. You’ll be a lover in my bed and a gun to my head. We must never be apart! We must never be apart!. Lovely girl you’re the murder in my world, dressing coffins for the souls I’ve left to die. Drinking mercury to the mystery of all that you should ever leave behind in time. In you I see dirty, in you I count stars, in you I feel so pretty, in you I taste god, in you I feel so hungry, in you I crash cars, we must never be apart! Drinking mercury to the mystery of all that you should ever seek to find. Lovely girl you’re the murder in my world, dressing coffins for the souls I’ve left behind in time. We must never be apart!” Poi lui le afferra il volto come aveva fatto all’inizio e le grida: “And you’ll always be my whore cause you’re the one that I adore!” Alza un pugno al cielo e poi glielo scaraventa con violenza sulla bocca rompendole tutti i denti, urlando: “And I’ll pull your crooked teeth, you’ll be perfect just like me!” Lei apre la bocca per gridare dal dolore, ma è paralizzata dalla paura; le riesce quindi solo di mostrare che i suoi denti sono tutti rotti. Lui le infila con violenza una mano all’interno del torace, urlando: “In you I feel so dirty in you I crash cars!” Poi la estrae strappandole il cuore, gridando: “In you I feel so pretty in you I taste god!” Infine allarga le braccia, alza la testa verso l’alto e mostra il suo trofeo sanguinolento al cielo nero della notte, cantando e gridando: “We must never be apart!”

Il giorno dopo al liceo Sean, che ha un’espressione sempre più cupa e allucinata, sta camminando lungo il corridoio, quando viene afferrato da un braccio spuntato velocemente attraverso una porta, e trascinato altrettanto rapidamente all’interno dello sgabuzzino. Quando la porta si è richiusa, il ragazzo vede che è stata Vera a tirarlo all’interno, e le domanda seccato: “Ma che vuoi?!” “Voglio parlarti, sono giorni che non riesco a farlo e tu sei sempre più strano!” è la risposta della ragazza che poi prosegue: “Qui a scuola si mormora che sei stato tu ad uccidere quelle persone, perché avevi problemi con tutti loro. Inoltre eri al bagno quando è stato ucciso Iro, e io ti ho visto seguire Dork nella sala professori poco prima che venisse trovato morto. Dimmi la verità se non vuoi che io dica alla polizia quest’ultima cosa!” Sean esita, e non risponde. Esita, e non risponde. Ma poi è costretto ad ammettere tutto e a rivelare il suo segreto a Vera. Quando questa ne viene a conoscenza, rabbrividisce dall’incredulità e dal terrore, ma riesce a chiedere a Sean: “Questo tuo potere non è per niente utile, può solo causare morte e dolore alle persone che ti stanno attorno. Ti prego, rinuncia a questa cosa orribile, controllati, resta calmo e non desiderare mai la morte di una persona. Prometti che lo farai, in nome della nostra amicizia.” Sean ha ancora un attimo di esitazione, ma poi, con lo sguardo basso, dice: “D’accordo, lo prometto.”
Fuori dello sgabuzzino, però, con un orecchio appoggiato alla porta, si trova Zora che ha udito parte del dialogo tra i due amici e pensa: “Dunque è stato proprio il becchino a uccidere il mio Iro e tutti gli altri. Ma ora è giunto il momento della mia vendetta!”

Quella sera, Vera telefona a Sean e gli dice solo: “Presto, vieni subito a scuola, sono nel cortile davanti all’ingresso e ho bisogno di te!” Ma è solamente quando il ragazzo giunge davanti al liceo e trova l’amica legata a una colonna di cemento, circondata da Zora e dai cinque ragazzi della banda di Iro, che capisce tutto. Zora gli dice: “Adesso la pagherai per la morte di Iro.” e uno dei ragazzi si scaglia contro Sean colpendolo al volto e scaraventandolo a terra. Lui si rialza rabbioso, e il suo esercito appare alle sue spalle. Vera grida: “Nooo!” ma ormai è troppo tardi: la carneficina ha inizio.
In questo uno contro uno, Sean e Billy Corgan attaccano e si difendono con i pugni, James Iha con mosse di karatè mentre Jimmy Chamberlain e Johnatan Melvoin sferrano colpi di kick-boxing. Lo scontro prosegue a lungo alla pari, finché gli uomini di Sean non hanno la meglio annientando quelli di Iro. Rimane in piedi solo Zora; D’Arcy le si avvicina, le accarezza il volto con le dita lunghe e le unghie affilate, le dice: “Tremendamente bella e tremendamente cattiva: sarà un piacere ucciderti!” e le infilza le dita nello stomaco: Zora sbarra gli occhi, comincia a vomitare sangue e poi cade a terra.
Gli Smashing Pumpkins si dissolvono e Sean corre a slegare Vera, la quale però lo rimprovera: “Sean, mi avevi promesso che non avresti più usato il tuo potere, lo avevi giurato sulla nostra amicizia. Sei solo uno stronzo!”
Il ragazzo risponde: “Ma Vera, l’ho fatto unicamente per liberarti e per difendermi da loro! Cosa volevi, che gli lasciassi ammazzarci tutti e due senza fare nulla?!”
“Non ti avrebbero ucciso, solo picchiato e poi ci avrebbero lasciato andare. E comunque io le mantengo le promesse: d’ora in poi noi non siamo più amici. Non voglio vederti mai più!!!”
Sean è gonfio d’ira dopo aver sentito queste parole, però quando al suo fianco compaiono gli Smashing Pumpkins lui grida: “No, non volevo chiamarvi!” ma questi già si stringono attorno a Vera che urla: “Noo, fermo, noo!” Billy Corgan tiene il collo di Vera stretto tra le mani, e con ogni suo movimento stringe la morsa mortale, mentre Sean lo guarda impietrito senza poter fare nulla. Corgan si volta verso il ragazzo, e quale indescrivibile orrore prova Sean nel vedere che il volto di colui che sta strozzando l’amica non è quello del cantante, ma il suo! Il ragazzo non capisce quello che sta accadendo, e solo quando si trova davanti il viso di Vera, congelato in un ultimo urlo di morte, e vede che le mani che le hanno stretto il collo sono le sue, solo allora capisce tutto. Sean molla di scatto la presa, ma il corpo della ragazza cade ormai privo di vita.
“Allora… allora non era vero… tutti questi omicidi li ho compiuti io… solo io.”

Il mattino dopo, il quotidiano locale titola l’articolo di prima pagina: “Strage al liceo – sette omicidi ed un suicidio.”



FINE

26 marzo 2006

Jack Shadow



È una gelida notte in un buio quartiere di New York; le sfavillanti luci del centro, regno degli affari e dell'opulenza della classe borghese, sono lontane dalla miseria e dalla disperazione di questo posto. Rannicchiata nel suo cappotto, una ragazza percorre velocemente un vicolo con la mente lontana dalla realtà, forse sognando la vita del centro. Ma a un tratto un'ombra da un angolo buio si getta su di lei; pochi istanti dopo la vita, e con lei i sogni della ragazza sono fuggiti, lasciando a terra solo un corpo sfigurato e coperto di sangue.

Il giorno dopo alla centrale di polizia, il tenente Smith si reca nell'ufficio del suo superiore, il capitano Corgan.
"Capitano, mi scusi, mi hanno appena telefonato: ieri sera è successa una cosa strana in Oakland Street."
"Che c'è, Smith?"
"Stamattina due dei nostri agenti hanno trovato lì una ragazza morta ..."
"E allora? Siamo a New York, questa è normale amministrazione. Rifila questo caso a qualche pivellino come te, una ragazza violentata e uccisa non è abbastanza per venire a disturbarmi!"
"È appunto questo il problema ... la ragazza non è stata violentata. La scientifica ha appena cominciato con l'autopsia, ma il dott. Morton ha detto che si può già escludere che sia stata violentata ... e che considerando quel che resta del cadavere sarà difficile scoprire qualcos'altro."
"Cosa vuol dire ‘quel che resta’?"
"Il cadavere risulta ... sbranato."
"E che significa ‘sbranato’? Smith, esprimiti!"
"Proprio sbranato, capitano. Anche il dott. Morton ha usato questo termine, ‘sbranato’."
“Sbranato ... che morte orribile, comunque sarà stata una bestia fuggita da uno zoo o qualcosa di simile. Telefona a tutti i parchi della città e domanda se l'hanno persa loro, io intanto autorizzo una caccia grossa nella zona."
"Subito capitano."

Un paio di giorni dopo la polizia se n'è già andata e il quartiere è tornato alla squallida vita di prima. Nella notte un'auto si muove lentamente tra le sue vie; i due occupanti discutono tra loro.
"Te l'avevo detto che non dovevamo passare in questo quartiere; ora ci siamo persi e non c'è nessuno a cui chiedere informazioni."
"Si, ma se tu fossi partito prima come ti avevo detto io, non saremmo stati in ritardo e non ti avrei detto di passare in questo quartiere per risparmiare tempo. E poi..."
L'ombra sbuca nuovamente da un angolo buio e salta sul cofano dell'auto, attaccandosi al parabrezza. La sua natura è bestiale, ma la sagoma sembra umana. L'uomo e la donna urlano e lui preme il piede sull'acceleratore; spinta al massimo e con visuale ridotta a zero l'auto non può che andare a schiantarsi contro un cumulo d’immondizia a ridosso di un muro, al termine di una corsa incontrollata. Il colpo fa sbalzare l'ombra oltre il cofano, in mezzo ai rifiuti.
Lui domanda: "Co-cosa è stato?"
Lei non risponde, ma rimane con la bocca aperta e un'espressione di morte sul volto.
L'ombra salta fuori dai rifiuti e schiaccia il suo volto contro il vetro laterale dell'auto a fianco dell'uomo. I due occupanti urlano.

Il giorno dopo alla centrale, Smith torna nell'ufficio del superiore.
"Capitano?"
"Che c'è, Smith?"
"Sono stati trovati i cadaveri di due persone, sbranati come la ragazza."
"Sarà stata la stessa bestia. E quegli imbecilli dei miei uomini hanno detto che non c'era nessun'animale nella zona."
"Il fatto è che nessuno zoo ha denunciato la scomparsa di un animale feroce, solo di una scimmia ma non credo proprio che ... "
"Ma di sicuro è stata una bestia feroce, e se non proviene da uno zoo sarà fuggita da un giardino privato. Comunque questa volta voglio andare a vedere di persona."
Alcuni minuti dopo il tenente e Corgan sono nel quartiere. Il capitano domanda agli agenti che sono già sul posto: "Allora, si sa l'identità dei due?"
"Aaron Abbott, cinquantaquattro anni, commerciante, e sua moglie Wilma Zilliacus, quarantacinque."
Corgan infila la testa all'interno dell'abitacolo dell'auto, la ritrae disgustato ed esclama: "Gran brutto affare! ... Per qualche motivo i due sono finiti contro il muro e poi la bestia che voi avete detto non esistere li ha sbranati. Un banale incidente si è trasformato in tragedia ... resta ancora da stabilire come abbia fatto l'animale ad entrare nell'abitacolo, non può aver certo aperto la portiera."
"Forse l'ha aperta l'uomo per uscire a vedere i danni all'auto, e in quel momento l'animale è entrato."
"Già, possibile; ma appena avete finito qui tornate a cercare quella dannata bestia, chiaro?"

Il giorno dopo, alla centrale di polizia, Smith irrompe nell'ufficio di Corgan ed esclama: "Capitano!"
"Smith, ti sembra questo il modo di entrare nell'ufficio del tuo superiore?"
"Scusi la mia irruenza capitano, ma quello che ho da dirle impressionerà anche lei."
"Cosa c'è?"
"Sono arrivate ora le analisi fatte sul cadavere della ragazza trovata l'altro giorno, quella sbranata."
"E allora?"
Smith: " La ragazza si chiamava Barby Babbitt, ventinove anni, cameriera al Power Pub. Il dott. Morton ha detto che è morta per recisione della giugulare e che i segni lasciati dai morsi sul cadavere sono quelli di un essere umano.
"E sarebbe stato un uomo a fare questo?!"
"Il dottore ha anche detto che l'autopsia ai due coniugi dell'auto non è ancora terminata, ma che i morsi sono gli stessi."
"Ma che mondo assurdo è questo."
In quel momento squilla il telefono. Corgan risponde: "Qui è il capitano Corgan ... dannazione, arriviamo!" poi guarda il tenente e dice: "Ne ha uccisa un'altra."

"Virginia Yonge, cinquantasei anni, conosciuta nella zona come ‘La signora dei gatti’ perché portava sempre da mangiare ai randagi. Aveva un appartamento nel quartiere ma viveva con il sussidio di disoccupazione. Pare che l'ultimo animale che ha nutrito oltre alla mano e al braccio le abbia preso anche il resto del corpo." dice, ridendo, un agente sul posto.
Il capitano risponde: "Non fare lo spiritoso pivello, e piuttosto tu e gli altri tenete gli occhi bene aperti perché non è una bestia, è un uomo che dovete cercare."
"Un uomo? Sta scherzando?!"
"Io non scherzo mai. Entrate in tutte le case, controllate chi vi abita e segnalatemi ogni presenza sospetta, chiaro?"

Qualche ora dopo due poliziotti stanno salendo le scale di un decadente e squallido palazzo dicendo: "Odio questo quartiere, e ora dobbiamo pure entrare negli edifici. Cosa diavolo crederà che possiamo trovare il capo, poi."
"Ma tu ci credi che è stato un uomo a fare quel macello?"
"Il capo ha detto di cercare un uomo, e un uomo gli troveremo."
I due giungono davanti alla porta di un appartamento: "Chi abita qui?"
"Tale Chester Shadon e il figlio Jack." risponde l'altro leggendo su un elenco. L'agente bussa alla porta e nessuno risponde, bussa nuovamente e nessuno risponde; poi dice al collega: "Non c'è nessuno, andiamo." In quel momento si sente un rumore provenire dall'interno. Il poliziotto esclama: "Allora qualcuno c'è!" bussa più forte e dice ad alta voce: "Polizia, aprite! ... aprite o saremo costretti a sfondare la porta!" e poi rivolto al collega: "Sfondiamola!" Una spallata fa crollare di schianto la porta; i due agenti entrano nell'appartamento e si ritrovano in una sala che sembra abbandonata da anni: "Aah, quanto puzza questo posto ... tu vai di là e io di qua." e si dividono. Dopo qualche istante uno dei due, con gli occhi sbarrati verso il pavimento, esclama: "Miodio, Urban vieni qua!" Ma in quel momento l'assassino aggredisce l'uomo e ne ha la meglio; il suo collega accorre ma può solo vedere l'omicida chino sul corpo dell'amico alzarsi e fuggire dalla finestra: il colpo sparatogli dietro dal poliziotto con la mano troppo tremante ottiene solo l'effetto di incastonare un proiettile nel muro.

Qualche ora dopo alla centrale il capitano tiene in mano le foto dell'appartamento. Mostrano una stanza squallida: attaccate al muro ci sono delle catene e al centro, sul pavimento, due cadaveri. Uno è quello dell'agente, riverso in un lago di sangue sgorgatogli dal collo, l'altro è ormai ridotto a uno scheletro con qualche brandello di pelle ancora attaccato.
Il capitano dice: "Chester Shadon era un buon uomo, dicono i suoi vicini, ma a quanto pare aveva il brutto vizio di tenere il figlio legato al muro e di frustarlo. Gli stessi vicini affermano che dall'anno in cui morì la signora Shadon, e sono ormai passati venti anni, ogni giorno sentivano il ragazzo gridare ma non se ne preoccupavano. Intanto Jack è cresciuto e un giorno si è stufato di quella vita da bestia, ha spezzato le catene in un impeto di rabbia e si è scagliato contro il suo aguzzino. Avendo vissuto per tutto quel tempo come un animale e senza conoscere il mondo, ha aggredito e ucciso il padre come l'istinto gli ha suggerito: recidendogli la giugulare con un morso. Venendo a mancare l'uomo, Jack non aveva modo di procurarsi il cibo e così si è nutrito del corpo del padre, ma a un certo punto anche quello è finito e così lui ha pensato bene di andare a farsi una mangiata in città. In base agli elementi raccolti questa è la versione più probabile, sebbene sconcertante."
Il capitano guarda i suoi uomini e poi dice: "Jack Shadon ha venticinque anni, è alto, capelli lunghi e scuri, barba incolta, sporco ma soprattutto forte, pericoloso, affamato e intenzionato a vendicarsi del mondo intero. Agisce di notte e sempre nello stesso quartiere. Voglio uno di voi ad ogni angolo di strada, tre uomini invece devono andare ad aggiungersi agli altri due che già presidiano la casa, inoltre nessun civile deve passare in quella zona dopo le sette di sera. E tenete ben presente quanto vi ho detto prima, chiaro?"

Due giorni dopo alla centrale, Corgan chiama il tenente; questo si presenta poco dopo nel suo ufficio.
"Mi ha chiamato, capitano?"
"Sì, siediti e guarda qui." mostrando una copia di un quotidiano.
"Jack Shadon terrorizza la città, e la polizia sta a guardare."
"Chi glieli ha forniti i particolari della vicenda, eh? E poi come sarebbe a dire che stiamo a guardare, ho praticamente messo in quel quartiere tutti i miei uomini, e se loro non scoprono niente non posso fare altro che aspettare la prossima mossa di quel fottuto bastardo. Dannazione!"

Il tenente esce dalla stanza. Dopo qualche minuto Smith bussa all'ufficio del capitano, entra, si siede su di una seggiola e sospira con un'aria tra lo sconsolato e l'annoiato: "Ne ha uccisa un'altra: anche questa sbranata, di notte e in quel quartiere. E tutti i poliziotti di guardia non hanno visto niente."
"‘E tutti i poliziotti di guardia non hanno visto niente.’… Lui sa come muoversi nella notte, il buio lo protegge. Comunque la morte di questa poveretta era proprio la mossa che aspettavo e che ci porterà alla sua cattura: se Jack è un animale quanto penso, dopo aver cacciato tornerà nella sua tana, bisogna solo aspettare il calare delle tenebre."

Quella notte, infatti, il gruppo di agenti posti a guardia dell'edificio è in stato di allerta: sono stati avvisati del probabile arrivo di Shadon. E, quando le tenebre sono più fitte, lui arriva; fiuta subito l'odore nemico, ma il richiamo della tana è più forte. Egli sale allora lungo la scala di emergenza per entrare nell'appartamento e in quel momento un poliziotto lo intravede e gli spara, dopodiché grida: "E' lì, prendiamolo!"
Colto di sorpresa e ferito di striscio, Jack fugge e torna a immergersi nel buio della notte; vane sono le ricerche degli agenti.

Due giorni dopo alla centrale, il capitano convoca Smith.
"Guarda qui il titolo di questo giornale: ‘Jack Shadow colpisce ancora. Il ragazzo, che agisce di notte seguendo il suo istinto, si sta beffando ormai da settimane della polizia.’ Ti rendi conto? Abbiamo una bestia assassina che gira per la città, e per la stampa è quasi un eroe! Riuscissi solo a mettergli le mani addosso."
In quel momento squilla il telefono. Corgan risponde: "Qui è il capitano Corgan ... ho capito, arriviamo!" poi guarda Smith e dice: "E' successo qualcosa di strano, potrebbe rivelarsi un buco nell'acqua ... o potrebbe essere la fine di questa storia."

Dopo poco tempo Corgan, il tenente e il Dott. Morton sono in strada, un agente dice loro: "Stamattina mi è stata segnalata la scomparsa di una bambina, e mi sono recato subito dalla signora Cabell, la madre. Dunque: la bambina è uscita di casa come ogni giorno alle sette e quarantacinque per andare a prendere l'autobus, alla fermata a poche decine di metri da qui, per recarsi a scuola. Ma non vi è mai arrivata e così la direttrice della scuola ha telefonato alla madre, che a sua volta ci ha contattato. Dopo essermi fatto spiegare dalla donna cos'era successo, mi sono messo a cercare la bambina, e dopo alcuni minuti ho trovato il cadavere. Ho visto che era orribilmente mutilato e così ho chiamato Lei, perché mi è venuto in mente il caso a cui sta lavorando."
"Hai fatto un ottimo lavoro." risponde il capitano e poi, rivolto al medico che ha già cominciato a studiare il piccolo cadavere: "E tu hai scoperto qualcosa?"
"E' molto strano ... il corpo è praticamente intero rispetto agli altri relativi a questo caso, e poi la bambina è stata violentata."
"Cosa?"
"Si, dovrei fare un analisi più approfondita in laboratorio ma è innegabilmente stata violentata."
"Riordiniamo le idee: Jack ha ucciso una bambina fuori dal suo quartiere, non l'ha sbranata per intero ma si è limitato a qualche morso, e l'ha violentata, cosa che non ha mai fatto. Probabilmente la ferita provocatagli l'altra sera da un agente gli sanguina ancora, e il dolore lo ha fatto impazzire dalla rabbia, portandolo a una natura ancora più bestiale. Ma il fatto più importante è che invece di uccidere nel cuore della notte lo ha fatto alle otto di mattina: questo può voler dire che ha cambiato le sue abitudini, e forse che tornerà nell'appartamento questa stessa mattina. Di giorno sarà più facile catturarlo!"
Prende la radio e dice: "Sono il capitano Corgan, tutti gli agenti devono recarsi subito alla casa di Shadon: ho buoni motivi per credere che si farà vivo a minuti. Ma questa volta non dovete sparargli appena lo vedete, bisogna tendergli una trappola: cinque di voi staranno nel soggiorno dell'appartamento, gli altri in strada ma nascosti e a debita distanza dall'edificio, perché non deve scorgervi. Quando lo vedrete entrare dalla finestra, quelli in strada lo seguiranno per la scala antincendio, mentre quelli nell'appartamento entreranno nella stanza: si troverà così accerchiato e non avrà più una via di fuga. Mi raccomando: è un pericoloso assassino, ma è disarmato; dovete sparargli alle gambe, o domani tutta la stampa sarà contro di noi, chiaro?"

I poliziotti seguono gli ordini del capitano e cominciano ad aspettare. Ed ecco che Shadon arriva: ormai la sua natura è totalmente bestiale e la sua rabbia è così forte che lo porta a non curarsi dei pericoli che lo possono attendere. Entra nella stanza e la trappola scatta. Si trova davanti gli agenti, si volta per scappare ma ve ne sono anche alle sue spalle; si gira nuovamente e si lancia contro di loro ma questi prontamente gli sparano alle gambe, due, tre, quattro colpi e Jack crolla esanime sul pavimento. Tra gli agenti che hanno sparato c'è il capitano, che ora dice: "Presto, chiamate un'ambulanza!"
Il mezzo arriva, carica Shadon e lo porta all'ospedale dove viene operato d'urgenza.

Dopo l’operazione, Jack Shadon viene tenuto in convalescenza nella clinica per alcuni giorni e poi trasferito in un manicomio criminale.

Nei giorni seguenti in città e alla centrale di polizia torna la calma, i casi vengono chiusi e si ristabilisce la normalità.

Alcuni giorni dopo Smith riceve una telefonata; è il direttore del manicomio che dice: "Tenente, Shadon è fuggito. Ha ucciso i due infermieri che si occupavano di lui e due guardie della clinica; lo stiamo cercando anche noi, ma non abbiamo idea di dove possa essere. Tenente ... tenente, mi sta sentendo?" Smith lo sente benissimo, ma appoggia la cornetta senza dire una parola, entra nell'ufficio del capitano e dice solamente: "Jack è tornato."


FINE