L'idea della pellicola si deve alla visione di Herzog di documentazione video fatta da altre persone: filmati ripresi all'interno dello Space Shuttle STS-34 durante la missione per lanciare la sonda Galileo nel 1989, e immagini girate nell'oceano sotto i ghiacci dell'Antartide dal chitarrista e compositore Henry Kaiser nel 2001. Trovando poetico questo materiale il regista tedesco decise di assemblarlo in un film di montaggio, tenuto assieme da alcune riprese da lui realizzate per l'occasione.
Il bizzarro soggetto vede protagonista un alieno molto antropomorfo interpretato da Brad Dourif (già Billy in Qualcuno volò sul nido del cuculo) che racconta due storie parallele. La prima è quella degli abitanti di un pianeta prossimo alla fine, situato nella galassia di Andromeda, che un lunghissimo viaggio porta a stabilirsi sulla Terra. Qui saranno bene accetti ma tenuti poco in considerazione, anche quando costruiranno una loro cittadina con palazzi di governo e un centro commerciale. La seconda è quella di una missione terrestre in cerca di un pianeta abitabile nel caso il mondo smettesse di esserlo. Curiosamente, lo trova proprio in quello da cui sono fuggiti gli alieni.
L'intervista all'extraterrestre è la parte filmata ex novo da Herzog, le riprese nello shuttle vengono mostrate come fossero relative alla fittizia missione umana, mentre le immagini dell'Oceano Antartico fungono da pianeta alieno dall'atmosfera di elio liquido e dal cielo di ghiaccio. Il regista aveva in parte già sperimentato la rilettura di immagini d’archivio in Fata Morgana (1971) e Apocalisse nel deserto (1992); può apparire una metodologia interessante e innovativa, ma il risultato è al di sotto delle aspettative. La stessa tecnica, peraltro, veniva utilizzata da Ed Wood negli anni ‘50 del secolo scorso: si poteva pertanto immaginare che l’esito avrebbe potuto non essere un granché.
Da un punto di vista cinematografico le scene migliori sono le prime, girate secondo criteri a cui lo spettatore è abituato. La recitazione di Brad Dourif è bizzarra, e la storia divertente in molti punti. Si tratta delle uniche sequenze in cui possiamo udire la voce del soggetto ripreso.
Le registrazioni nello shuttle, invece, sia per una questione d’epoca sia di tecnica risultano povere e noiose. La routine degli astronauti è ripetitiva, priva di una regia e di una storia precisa. Per lunghissimi minuti li vediamo mangiare, spostarsi all'interno della navicella o compiere piccoli lavori, senza che ciò risulti interessante.
Le riprese antartiche hanno una qualità intermedia, ma anche in questo caso manca una direzione precisa. La voce fuori campo di Brad Dourif crea solo un labile filo conduttore. Lo spettatore rischia fortemente di addormentarsi.
Volutamente è stata finora omessa la disamina sulla colonna sonora, vera chicca del film. Forse nell'intento di non mettere canzoni che suonassero troppo terrestri mentre era già impegnato a spacciare come aliene le immagini, Herzog ha deciso di utilizzare per la soundtrack brani in un idioma antico, da pochi udito e da ancor meno parlato: la lingua sarda. Sembra una battuta, ma è tutto vero. Il risultato, specie per noi italiani che possiamo capire qualche parola di Sardo, ma soprattutto abbiniamo quella lingua a tutt'altro contesto, è assurdo, grottesco e involontariamente comico.
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